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sabato 1 luglio 2017

Denuncia - Caritas di Roma: tra i rifugiati aumentano i casi di tortura

Avvenire
In 12 anni nel poliambulatorio diocesano sono stati presi in carico 334 pazienti. Nell'ultimo anno 45. Donne torturate e violentate. Anche casi di persone costrette ad assistere alle violenze.

«Con l'aumento dei richiedenti protezione internazionale crescono in Italia i cittadini stranieri che hanno subito varie forme di tortura ed oppressione». 


Lo denuncia la Caritas di Roma nel dossier "Ero forestiero e mi avete ospitato", elaborato in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2017. 

Un capitolo è dedicato proprio ai casi di tortura, e prende spunto dal progetto "Ferite invisibili", avviato alle fine del 2005 presso il Poliambulatorio Caritas per immigrati «mirato specificatamente alla riabilitazione psicologica di queste persone che si trovano in condizione di fragilità sociale». 

E i numeri sono drammatici. In quasi 12 anni di progetto sono stati presi in carico 334 pazienti (266 uomini e 68 donne) e sono stati effettuati 4.844 colloqui psicoterapeutici con una media di 14 visite/paziente a sottolineare la complessità e la delicatezza dell'approccio terapeutico. Casi che restano molto alti. Negli ultimi 12 mesi, ci spiega il dottor Salvatore Geraci, responsabile dell'area sanitaria della Caritas e presidente della Società italiana di medicina delle migrazioni, «abbiamo seguito 45 pazienti, di cui 26 nuovi. Sono state prese in carico 37 persone, mentre le altre 8 hanno fatto il colloquio di valutazione e sono state orientate ad altri servizi territoriali. Finora sono state effettuate 425 sedute terapeutiche». «Più uomini che donne, ma spesso queste ultime oltre alla tortura hanno dovuto subire anche violenze sessuali - ci spiega ancora Geraci -. E ci sono anche casi di "tortura da spettatore", cioè essere esposto alla tortura di un familiare o di una persona che conosci».

Numeri alti ma provenienze che cambiano. Fino al 2010 i pazienti arrivavano soprattutto dall'Afghanistan, seguiti dalla Guinea, Nigeria e Eritrea. Dal 2011 al 2013 soprattutto da Costa d'Avorio, seguiti da Afghanistan, Camerun e Senegal. Tra il 2014 e 2015 si nota un aumento graduale e significativo di quelli provenienti dal Gambia. Attualmente prevalgono le persone in arrivo da Pakistan, Mali, Nigeria e Senegal. Vengono da paesi di guerre e di persecuzioni, accomunati dalle violenze subite nel loro paese o durante il viaggio.Casi molto difficili. 

Così l'equipe che li segue è formata da psicoterapeuti, psichiatri, mediatori culturali, infermieri, operatori del sociale, medici, e offre un servizio di ascolto e di psicoterapia transculturale. «L'aiuto - si legge sempre nel dossier -, attraverso un attento lavoro di equipe, consiste innanzitutto nel far riconoscere l'orrore vissuto e le "ferite" psichiche indotte, affinché queste persone possano riappropriarsi della dignità di esseri umani, dare un significato alla loro esperienza e riprogettare un futuro per la loro esistenza. Nel contempo cerca anche di costituire una fitta rete socio-assistenziale per sostenere percorsi legali, informativi e formativi (accoglienza protetta, insegnamento della lingua italiana, formazione professionale, inserimento lavorativo...)». Un lavoro prezioso al punto che nel febbraio 2012, l'Ufficio delle Nazioni Unite dell'Alto Commissario per i Diritti Umani ha riconosciuto il servizio all'interno della rete sovrannazionale di sostegno e cura alle vittime di tortura. «Sono persone fragili, da tutelare, da non ritraumatizzare», sottolinea Geraci.

Ma c'è un altro fenomeno che preoccupa gli operatori della Caritas, in parte collegato a quella delle torture. Infatti parallelamente all'aumento degli sbarchi «è stato possibile registrare un incremento sensibile dei ricoveri di pazienti stranieri negli ospedali psichiatrici italiani, ed è ipotizzabile (sia pur tutto da dimostrare) un qualche tipo di relazione tra le due osservazioni».

 Anche qui i numeri sono chiari: nel 2009 i ricoveri di stranieri in psichiatria sono stati 2.682 maschi e 3.362 femmine, più o meno in linea con gli anni precedenti; nel 2011, i ricoveri sono passati a 4.518 maschi e 4.909 femmine, mantenendosi anche negli anni successivi intorno a quest'ordine di grandezza, «con un incremento repentino e piuttosto significativo, che non si correla a un corrispondente aumento dello stock di immigrati nel Paese». Di conseguenza, i tassi sono passati da 122 a 188 ospedalizzazioni ogni 100mila immigrati residenti, con un incremento superiore al 50%.


Antonio Maria Mira

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