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lunedì 21 maggio 2018

Migranti - Razzismo. Bomba carta contro il centro profughi ad Appiano in Alto Adige

Avvenire
Prima una forte esplosione poi il rinvenimento di scritte a sfondo razzista nei confronti del centro di accoglienza per richiedenti asilo ad Appiano in Alto Adige.
L'episodio, sul quale stanno indagando gli inquirenti, si è verificato la scorsa notte davanti all'ex caserma "Mercanti" dove da circa due anni è allestito un centro di accoglienza gestito dall'associazione Volontarius su incarico della Provincia autonoma.

Come informa, l'ente che ha in gestione la struttura, è stato trovato un cartello con una svastica, una croce celtica e scritte razziste contro gli ospiti che al momento sono 38. L'organizzazione ha collocato 28 richiedenti asilo nel mondo lavorativo con contratti a tempo determinato e gli altri 10 stanno frequentando corsi di formazione per poi essere impiegati nel settore turistico-alberghiero.

In una nota l'associazione Volontarius "condanna il grave atto intimidatorio nei confronti delle persone richiedenti asilo e degli operatori perchè si tratta di un atto criminale che vuole minare gli sforzi messi in atto da parte della Provincia, del Comune di Appiano, dell'Associazione Volontarius e delle altre organizzazioni che operano in questo campo, per dare una risposta solidale e concreta all'inclusione nella nostra società di persone fuggite da situazioni di guerra, persecuzioni e minacce alla loro incolumità".

Il presidente altoatesino Arno Kompatscher s'affida al lavoro delle forze dell'ordine e spera "che i responsabili vengano trovati il più presto possibile perchè un simile attacco non deve più ripetersi".

Migranti, rotta balcanica: 4.500 fermati ai confini della Turchia in 7 giorni

AnsaMed
Istanbul - Le autorità della Turchia hanno fermato nell'ultima settimana 4.564 migranti e rifugiati, che cercavano di attraversare le frontiere con l'Unione europea o di entrare nel Paese senza regolari documenti. Tra questi, 1.069 sono stati intercettati in mare.
 


Lo riferisce il ministero degli Interni di Ankara, precisando che nello stesso periodo sono stati inoltre arrestati 75 sospetti trafficanti di esseri umani.
Dal contestato accordo del 2016 con Bruxelles, il numero di migranti e rifugiati che dalla Turchia raggiungono quotidianamente l'Ue, soprattutto la Grecia, si è ridotto in modo significativo. Nelle ultime settimane, tuttavia, le autorità europee segnalano un aumento degli arrivi.

Scusate, per il matrimonio di Harry e Megan noi di Afrin non arriveremo in tempo

Globalist
Loro fuggono dal cantone a maggioranza curda invaso dai mercenari al soldo di Erdogan e cercano di raggiungere la Grecia. Per loro niente Mondovisione.

Profughi in fuga da Afrim
Afrin, qualcuno si ricorda di Afrin? Il cantone siriano a maggioranza curda invaso dalle truppe turche e dai jihadisti del sedicente Libero esercito siriano al soldo di Erdogan.
Ora con l’occupazione militare, i saccheggi e le ritorsioni da Afrin sono migliaia gli sfollati.
Nella foto un gruppo di siriani in fuga dal cantone che cerca di attraversare il confine tra Grecia e Turchia segnato da fiume Evros.

La guerra continua, il dramma dei profughi pure. Anche loro vorrebbero assistere al tanto decantato matrimonio principesco tra Harry e Megan che sarà seguito in mondovisione, compresi gli inviati del Tg1 che seguirà il ‘grandioso’ evento in diretta, con tanto di speciali e approfondimenti.
Nel frattempo un augurio sopratutto ai bambini: se non arriverete in tempo per assistere al matrimonio almeno vi sia concesso di di avere un futuro lontano dalla guerra, dalla distruzione e dalla fame.

Senegal, la crisi alimentare del Sahel colpirà oltre 750.000 persone

In Salute News
Il Senegal sa già che quest’estate sperimenterà la peggiore crisi alimentare dal 2012, a causa di una siccità che si è diffusa in sei dipartimenti nel nord del Paese. Sebbene il governo e la comunità umanitaria abbiano messo in atto misure di contenimento, il sistema sanitario nazionale avrà serie difficoltà nel trattare tutti i bambini che subiranno in prima istanza l’impatto nutrizionale della crisi. Sarà la stagione della fame più dura degli ultimi sei anni nel Sahel, una regione in cui il cambiamento climatico sta aumentando la frequenza e l’intensità delle siccità.


Milano -  “Questa non è una crisi improvvisa: grazie al nostro sistema di telerilevamento e siti sentinella, già a novembre segnalavamo la mancanza di pascoli, che ha fatto avanzare i movimenti di transumanza di migliaia di pastori. Migliaia di donne hanno passato mesi da sole a prendersi cura dei loro figli, senza reddito e senza il latte delle mucche portate in pascoli lontani dai loro mariti. È un lungo processo, in cui i meccanismi di risposta si stanno esaurendo e la situazione nutrizionale, specialmente quella dei bambini, si sta deteriorando fino a diventare una malattia, spesso fatale”, spiega da Dakar Fabrice Carbonne, Direttore Paese di Azione contro la Fame.

“Gli agricoltori – continua – non hanno nemmeno raccolto quanto previsto, e questo ha avuto un impatto diretto sull’aumento dei prezzi, soprattutto nei sei dipartimenti critici nel nord del Paese: i tre dipartimenti della regione di Matam (Matam, Ranerou, Kanel) e i dipartimenti limitrofi di Podor, Tambacounda e Goudiry. Il nord del Senegal è un’area particolarmente vulnerabile: il suo tasso di insicurezza alimentarespesso scompare nelle statistiche, che prendono in considerazione i tassi di prevalenza di tutto il Paese, ma quest’anno l’impatto della fame in quello che è considerato uno degli stati più stabili e prosperi dell’Africa sarà evidente,” spiega Carbonne.

Rispondere al sistema di sanità pubblica
Azione contro la Fame sta già lavorando con il sistema sanitario nazionale su un piano di emergenza per la diagnosi precoce e il trattamento della malnutrizione nelle aree più colpite: “la nostra strategia non è quella di raggiungere una manciata di comunità, ma di lavorare mano nella mano con il sistema sanitario nazionale, rafforzando le loro capacità tecniche, in modo che possano gestire questo tipo di crisi ricorrenti in futuro. Sosterremo inoltre il trattamento della malnutrizione acuta grave in 16 distretti sanitari nel nord e nell’est del Paese”, spiega Carbonne.

La risposta coordinata della comunità umanitaria e delle agenzie governative prevede anche la distribuzione di contante tra le comunità di pastori più colpite. Azione contro la Fame sarà responsabile della distribuzione nell’area di Podor.
Inoltre, nelle comunità di pastori lontane dai centri sanitari, Azione contro la Fame sta formando persone delle comunità locali per rilevare la malnutrizione tra i bambini sotto i cinque anni e curarli nella comunità stessa, grazie all’uso di alimenti terapeutici pronti all’uso.

L’emergenza deve generare resilienza
“La nostra decennale esperienza nella regione ci ha dimostrato che esistono strategie efficaci per ridurre la malnutrizione, ma dobbiamo porre maggiore enfasi sulla prevenzione e non lavorare solo sull’emergenza. La stagione della fame è iniziata ad aprile e durerà cinque mesi: il rafforzamento a medio e lungo termine del sistema sanitario e la creazione di un’agricoltura adattata ai cambiamenti climatici devono essere una priorità”, sottolinea Carbonne.

domenica 20 maggio 2018

Nicaragua: missione diritti umani chiede fine repressione

SwissInfo
Il Consiglio Interamericano per i Diritti Umani (CIDH), che ha iniziato oggi una visita in Nicaragua, ha chiesto al governo di Daniel Ortega di porre fine alla repressione delle manifestazioni di piazza, che ha causato decine di vittime in un mese di proteste.

Antonia Urrejola, responsabile della missione
 in Nicaragua del Consiglio 
Interamericano per i Diritti Umani.
KEYSTONE/EPA EFE/BIENVENIDO VELASCO
Antonia Urrejola, responsabile della missione, ha detto in una conferenza stampa che il governo deve prendere in modo urgente le misure necessarie "per garantire il libero e pieno esercizio dei diritti alla libertà di espressione, riunione pacifica e partecipazione politica di tutti i nicaraguensi".

La CIDH ha annunciato che raccoglierà le testimonianze delle autorità e di diversi settori della società nicaraguense, in primo luogo i famigliari delle vittime della violenza, e lunedì prossimo offrirà un primo bilancio preliminare della sua missione.

"Non fa parte del nostro mandato determinare responsabilità penali individuali, bensì stabilire se lo Stato è responsabile di violazioni dei diritti umani, così come sono definite dal diritto internazionale", ha spiegato Urrejola.

La responsabile del CIDH ha detto che è rimasta "particolarmente colpita" dalle denunce di casi di "desaparecidos" durante le proteste, e infatti la prima testimonianza raccolta oggi dalla sua equipe è stata quella della madre di un 19enne sparito lo scorso 8 maggio a Managua e il cui cadavere è stato trovato quattro giorni dopo nell'obitorio della capitale, con segni di tortura.

Migranti, "il contratto non ci considera" 10.000 manifestano a Napoli per diritti, preoccupa il governo Lega

AnsaMed
Napoli - "Contribuiamo per il 10% al dell'Italia ma stanno formando un governo con la Lega, con un contratto che con ci considera, siamo preoccupati e spaventati".


Mamadou Sy, senegalese, dal 2012 in Italia, guarda sorridente dietro di sé e vede oltre diecimila immigrati che oggi hanno sfilato a Napoli, preoccupati per la nascita del nuovo governo contro cui hanno esposto cartelli "Stop Salvini". 

Ma il corteo mirava soprattutto a chiedere l'allargamento agli immigrati del reddito di inclusione e una maggiore velocità nella trafila burocratica per il permesso di soggiorno. 

Mamadou fa parte della comunità senegalese di Castel Volturno, in provincia di Caserta, e conosce bene la situazione di chi aspetta 'il documento'. "Migliaia di immigrati - dice - sono in attesa del permesso di soggiorno e vivono in una situazione particolarmente pesante perché sono alla mercé dello sfruttamento di persone senza scrupoli che li fanno lavorare sottopagandoli. L'Italia dice di combattere caporalato ma esiste ancora nelle campagne e sfrutta migliaia di immigrati senza permesso di soggiorno che alle cinque del mattino cercano lavoro. A chi dice che gli immigrati rubano ricordo che i ladri non si alzano dal letto alle quattro per lavorare ogni giorno".

Il lungo corteo, che domani si replica a Caserta, si è fermato davanti alla Prefettura per chiedere, spiega Giampaolo Mosca del centro sociale Ex Canapificio di Caserta, "l'accelerazione alla concessione di 800 permessi di soggiorno che sono fermi -anche da anni per le cattive pratiche antiche della burocrazia. Parliamo di questioni burocratiche facilmente risolvibili, sarebbe un piccolo passo importante per migliaia di immigrati". 

Con gli immigrati anche tanti giovani dei centri sociali che si impegnano a Caserta e Napoli per aiutarli nell'integrazione e nella quotidianità come spiega Sergio Serraino dell'ambulatorio di Emergency di Castel Volturno : "Migliaia di questi manifestanti - dice - sono nostri pazienti. Dal 2013 ne abbiamo avuto in cura 8.000 nell'ambulatorio che ha tre mediatori, due infermieri e un medico. Ma ormai ci vuole un'inclusione bilaterale perché l'accesso alle cure è difficile anche per molti italiani che non possono pagare il ticket".

Libia, "Traffico di esseri umani e prigioni clandestine”. Intervista a MSF svela un inferno

La Repubblica
Intervista a Christophe Biteau, capomissione di Medici Senza Frontiere in Libia. "Ci sono i detenuti nei centri "ufficiali" e poi coloro che vengono rapiti e trattenuti nelle carceri clandestine. Nella prima categoria, al novembre 2017, rientrano quasi 17.000 persone"


Dalla fine del 2017, si sono moltiplicate le dichiarazioni per porre fine alla sofferenza subita dai migranti e rifugiati in Libia da parte delle autorità europee, africane e libiche. Ne è scaturito qualcosa?
La misura principale, facilitata dall'Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM), è consistita principalmente nel rafforzare i cosiddetti ritorni "volontari" di persone dalla Libia verso i Paesi di origine. Va poi fatta una distinzione tra due diverse situazioni che riscontriamo nel contesto attuale. Da una parte, ci sono i detenuti nei centri "ufficiali", dall'altra coloro che vengono rapiti e trattenuti nelle carceri clandestine. Nella prima categoria, al novembre 2017, rientrano quasi 17.000 detenuti. Le operazioni di "evacuazione di emergenza" sono in corso da mesi per chi si trova nei centri "ufficiali" e, dal novembre 2017, sono circa 15.000 le persone rimpatriate. Tuttavia si tratta di uno sviluppo positivo solo quando le persone intrappolate in Libia desiderano veramente tornare a casa.

Sono rimpatri realmente volontari?
Ecco, dobbiamo mettere in discussione la natura volontaria di questi rimpatri, considerata l'arbitrarietà delle detenzioni che non lascia alcuna alternativa. L'Unhcr ha evacuato circa 1.000 rifugiati, i casi considerati più vulnerabili. La maggior parte è stata portata in Niger, dove aspettano che gli venga concesso asilo da un altro Paese. Ci sono più di 50.000 persone, registrate dall'Unhcr in Libia, principalmente originarie della Siria, bloccate nel Paese. Ma ci sono molti altri rifugiati e richiedenti asilo invisibili, che vengono rapiti, rinchiusi e a volte persino uccisi. È difficile stimarne il numero ma, secondo alcuni osservatori, il numero dei migranti, rifugiati e richiedenti asilo in Libia arriverebbe a 700.000.

Dunque, cosa è cambiato?
Il principale cambiamento che abbiamo osservato è una diminuzione del numero dei detenuti nei centri di detenzione "ufficiali", attualmente tra le 4.000 e le 5.000 persone. Questo ha reso le condizioni di prigionia meno insostenibili rispetto a sei mesi fa, in particolare riguardo i problemi legati al sovraffollamento. Tuttavia devono ancora essere affrontati molti problemi che le pochissime organizzazioni internazionali presenti nel Paese, concentrate quasi esclusivamente a Tripoli, non vedono. Le nostre équipe forniscono assistenza medica e supporto in diversi centri di detenzione, dove le persone raccontano di aspettare che qualcuno prenda in mano la loro situazione, mentre continuano a vivere nell'incertezza. I graffiti sui muri delle loro celle riflettono fin troppo bene la loro precarietà. In particolare, non si fa nulla per porre fine al calvario subito da migranti e rifugiati al di fuori dei centri di detenzione ufficiali. Inoltre, le persone che rischiano la vita attraversando il Mediterraneo per fuggire dalla Libia vengono ancora, con l'aiuto degli Stati europei, riportate indietro in un Paese in cui sono esposti a ogni tipo di violenza.

Facciamo l'esempio di un giovane uomo o una donna che attraversa il Mediterraneo, nel tentativo di raggiungere l'Europa e la sua imbarcazione è intercettata dalla Guardia Costiera libica. Cosa accade?
Le persone intercettate in mare dalla Guardia Costiera libica sono sbarcate sulla costa e portate nei centri di detenzione. I team di Unhcr e Iom si sono suddivisi i 12 siti di sbarco cui hanno accesso e lì conducono delle consultazioni mediche. I sopravvissuti sono quindi, in teoria, condotti nei centri di detenzione. Non esiste una disposizione specifica per i più vulnerabili che, a questo punto, dovrebbero ricevere un trattamento particolare e non essere soggetti a detenzione arbitraria, che mette a repentaglio ancora di più la loro salute. Ancora ci sono bambini piccoli che dalle barche intercettate in mare sono portati nei centri di detenzione. Va anche detto che la distinzione tra reti ufficiali e clandestine non è sempre così chiara.

Tutto può succedere, insomma.
Qualcuno che è tornato dal mare in Libia può fin troppo presto finire di nuovo nelle mani dei trafficanti di esseri umani e il circolo può ricominciare da capo. Per molte persone, essere rimandati nel Paese di origine non è una possibilità e le reti criminali sono la loro unica alternativa per trovare rifugio e una vita migliore in Europa. Queste reti, che l'Europa afferma di smantellare, hanno il monopolio sulla gestione dei movimenti delle persone più vulnerabili che non hanno altra alternativa. Perché gli eritrei - il 90% delle cui richieste di asilo sono accettate in Europa - sono obbligati a intraprendere viaggi così pericolosi e faticosi? Fare di tutto per bloccare o riportare in Libia le persone che cercano di fuggire, genera ancora più sofferenza.

Quanto è diffusa la tratta? Si è parlato di un'industria di rapimenti e torture in Libia. È ancora
così?

Non abbiamo modo di dire quante persone siano detenute nelle carceri clandestine, ma il rapimento di migranti e rifugiati e l'uso della tortura per ottenere riscatti, non solo sono pratiche diffuse, ma probabilmente sono in aumento. Sostituiscono le entrate delle economie locali colpite dalla mancanza di liquidità nelle banche libiche. Chi sopravvive alle prigioni clandestine è finanziariamente, fisicamente e mentalmente rovinato e avrà bisogno di tempo e supporto per riprendersi, se ne avrà la possibilità.
Avete la possibilità di accedere alle prigioni?
Msf non ha accesso alle prigioni clandestine, ma assiste le persone che riescono a fuggirne. Ad esempio, collaboriamo con una Ong locale per fornire assistenza sanitaria di base in un rifugio per migranti a Bani Walid. Alcuni migranti hanno le gambe rotte in diversi punti, bruciature e riportano ferite da percosse. I libici che lavorano assieme a noi sono scioccati quanto noi. È impossibile dire quanti migranti e rifugiati arrivino in Libia, passino per Bani Walid e sopportino questo incubo: noi al momento stiamo trattando altrettanti sopravvissuti quanti ne abbiamo visitati l'anno scorso. Proprio la scorsa settimana un sopravvissuto che era arrivato il giorno precedente ci ha detto: "ho sopportato 2 mesi, 3 settimane, 1 giorno e 12 ore di inferno". Anche se la loro salute spesso richiederebbe il ricovero, le ammissioni in ospedale sono spesso ritardate perché le strutture pubbliche ci obbligano a fornire preventivamente i risultati dei test sui pazienti per le malattie infettive. Ogni mese forniamo 50 sacchi per sepoltura a una ONG locale che cerca di seppellire dignitosamente i migranti e i rifugiati trovati morti nell'area di Bani Walid. Ci hanno detto di aver seppellito oltre 730 cadaveri dall'anno scorso. Ma non possiamo affermare che questo sia il numero di persone morte a causa delle atrocità e dei pericoli subiti passando attraverso questa zona. Il bilancio delle vittime è decisamente molto più alto.