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lunedì 3 luglio 2017

Tre mesi di proteste in Venezuela, 86 vittime e rischio di guerra civile

La Stampa
Non si fermano le manifestazioni nate in tutto il Paese contro il presidente Nicolas Maduro dopo il fallito tentativo di colpo di stato da parte della Corte Suprema


Tre mesi consecutivi di proteste in Venezuela. Non accenna a fermarsi l’ondata di manifestazioni nate in tutto il Paese contro il presidente Nicolas Maduro, che ha portato a 86 morti. 

Le proteste sono iniziate dopo il fallito tentativo da parte della Corte Suprema, controllata dal Capo di Stato, di togliere i poteri all’Assemblea Nazionale, controllata dall’opposizione. Una situazione che rischia di trascinare il Paese nella guerra civile.

Dopo la morte di tre manifestanti, avvenuta venerdì nello Stato nord occidentale di Lara, sabato 1 luglio oltre mille persone si sono radunate nella strada principale di Caracas, nell’est della capitale roccaforte dell’opposizione, per esprimere sostegno alla procuratrice generale, Luisa Ortega Díaz, divenuta una delle più agguerrite avversarie del successore di Hugo Chavez, che rischia di essere perseguita dalla Corte suprema di Giustizia. «Oggi torniamo in piazza per dimostrare che siamo un popolo pacifico che vuole impedire la costituente fraudolenta voluta da Maduro», ha scritto su Twitter il deputato Tomás Guanipa.

I cittadini hanno manifestato anche per appoggiare una serie di azioni che la procuratrice ha avviato contro la magistratura, accusata di aver violato l’ordine costituzionale e contro la Costituente voluta dal presidente. Con queste mosse Ortega Diaz ha ottenuto l’appoggio del popolo venezuelano e delle organizzazioni internazionali e, su Twitter, ha assicurato che il suo impegno è rivolto ai diritti umani e alle «libertà democratiche».

Il primo vicepresidente della Camera, l’oppositore Freddy Guevara, l’ha definita «un punto di riferimento» per quello che, a suo giudizio, dovrebbero fare i funzionari dello Stato che hanno appoggiato il chavismo e che ora «sono obbligati a fare un passo avanti». «Questo le è costato la persecuzione? Sì, ma le ha donato una vittoria molto più grande, la coscienza, il sostegno di un popolo e il rispetto della comunità internazionale», ha aggiunto parlando a Efe. La procuratrice infatti non solo ha mostrato il suo rifiuto alla Costituente ma ha anche criticato l’azione degli agenti della sicurezza dello Stato affermando che almeno 23 delle morti per le proteste sono da attribuire ai corpi di polizia e ai soldati che hanno sedato le manifestazioni.

Anche il difensore del popolo del Venzuela, Tarek William Saab, ha esortato i militari a «non praticare abusi» e a garantire il rispetto dei diritti umani durante e dopo gli arresti nelle proteste, dopo le denunce dei mesi scorsi. «È assolutamente vietato nella nostra legislazione qualsiasi atto di tortura, disumano, crudele o degradante dei diritti umani», ha scritto su Twitter. Nel dettaglio, è proibito «trascinare e colpire a calci i detenuti nel momento e dopo l’arresto». Saab si è detto preoccupato per i recenti avvenimenti in cui sono state violate le norme. Il riferimento è ai fatti di giovedì scorso quando decine di giovani sono stati arrestati dalla polizia nazionale bolivariana (Pnb) a Caracas, al termine di una protesta indetta dall’opposizione. Una ventina di persone è stata caricata su un camion dentro cui sarebbero stati fatti esplodere lacrimogeni, secondo quanto denunciato dall’opposizione.

«Hanno preso 20, 30 persone – racconta un testimone - Le hanno portate su un camion senza targa. Dove hanno portato questi studenti, dove si trovano? Sono scomparsi e hanno rubato tutte le loro cose, le carte di credito. Una persona stava soffocando per i gas lacrimogeni».

Dal canto suo, il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha decorato l’ex comandante generale della Guardia nazionale bolivariana (Gnb, la polizia militarizzata), Antonio Benavides Torres, imputato dalla Procura per la presunta violazione dei diritti umani durante le proteste. L’accusa è di «gravi e sistematiche violazione commesse durante la repressione delle manifestazioni». 

Nel frattempo, resta ancora tutta da chiarire la vicenda delle presunte bombe lanciate da un elicottero della polizia sulla corte costituzionale. Il pilota che si è auto accusato del gesto è introvabile.

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