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martedì 16 maggio 2017

Messico. Padre Alejandro: "lotto per le madri che vogliono piangere i loro figli"

Corriere della Sera
I narcos hanno messo un milione di dollari sulla testa di padre Alejandro Solalinde. In un libro che sarà presentato anche al Salone del Libro, la sua storia.


"A te che sei una donna posso dirlo. Io non ho paura della morte. Se ami e se hai fede non puoi avere paura di morire". Padre Alejandro Solalinde ha 72 anni e una taglia da un milione di dollari sopra la testa. A mettergliela sono stati i Los Zetas, potente cartello di narcotrafficanti che terrorizzano il Messico con le loro violenze.

Candidato al premio Nobel per la Pace, Solalinde è un sacerdote cattolico che da anni sfida i cartelli e la polizia corrotta, denunciando le violenze subite dagli "indocumentados" e dalla popolazione locale. Difende i migranti, difende i minori, gli stessi che finiscono spesso nelle mani dei narcotrafficanti che li usano per la guerra o per il commercio di corpi. "La guerra al narcotraffico si vince solo se davvero governo e polizia decidono di combattere", spiega il sacerdote che è in queste ore in Italia per presentare il libro "I narcos mi vogliono morto" (Editrice Missionaria Italiana), scritto con la giornalista di Avvenire, Lucia Capuzzi e che dopo aver fatto tappa a Udine al Festival Vicino Lontano, il 18 sarà al Salone del Libro di Torino.

A differenza delle autorità troppo spesso corrotte, Solalinde ha dedicato la sua vita a lottare contro il male. È responsabile di un centro di accoglienza a Ixtepec, città nel sud del Paese, nel quale ogni anno transitano 20 mila migranti. 

A preoccuparlo più della sua vita è il futuro del Messico, "Trump dice di voler alzare un muro con il Messico ma al presidente non interessa nulla dei migranti, ha in mente una sola droga, il denaro. Ecco perché credo che non cambierà poi molto nei prossimi mesi", spiega. Intanto la guerra in Messico non dà tregua. Come sottolinea anche don Ciotti nella prefazione del libro, le mafie della droga hanno ucciso, dal 2006 a oggi, circa 250 mila persone: 25 mila l'anno. Di altre 27 mila rapite, non si è saputo più nulla.

Ed è anche al fianco delle madri che non sanno più nulla dei loro figli che Padre Solalinde si è schierato. "Quando le accompagni nelle fosse a cercare i resti capisci che a queste donne è rimasta solo la speranza di trovare un frammento di ossa per piangere i propri bambini, cercano il conforto del dolore. Ma oltre alla possibilità di avere giustizia vengono private anche del diritto di soffrire".


Il pensiero corre a Miriam Elizabeth Rodriguez, uccisa settimana scorsa in Messico mentre si batteva per fare luce sul destino dei desaparecidos messicani. L'attivista era responsabile del "Colectivo de Desaparecidos" a San Fernando, località messicana vicina al confine con gli Usa teatro delle incursioni dei narcos. Qui, nell'agosto 2010, furono rinvenuti i corpi di 72 migranti eliminati da un gruppo criminale. E sempre in quest'area imperversano bande legate al cartello del Golfo e ai Los Zetas. 

"Conoscevo bene Miriam", ricorda padre Solalinde. "La sua storia è una delle molte storie di dolore del Messico, nel 2012 le avevano rapito la figlia Katia. L'ha ritrovata due anni dopo, in una fossa comune. Ecco perché Miriam aiutava le altri madri". Perché sapeva bene cosa significa non sapere. Ed è per questo che i Los Zetas l'hanno uccisa.

di Marta Serafini

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