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lunedì 15 maggio 2017

Indonesia, condannato per blasfemia il governatore cristiano Ahok

Vatican Insider
Una corte di Giacarta infligge due anni di carcere ad Ahok: gli islamisti hanno influenzato sia la campagna politica, sia il verdetto.


Proteste in strada per la condanna dell’ex governatore Ahok

«Il nostro eroe è passato. Il nostro fiore è caduto nel giardino della devozione. La sua fragranza pervade la nostra grande e sacra patria»: sono le parole e melanconiche note di un canto tradizionale giavanese ad accompagnare e consolare oggi i sostenitori dell’ex governatore cristiano di Giacarta, Basuki Tjahaja Purnama, detto “Ahok”, condannato a due anni di carcere per blasfemiada una Corte distrettuale della capitale indonesiana. E mentre cristiani e musulmani pro Ahok intonano inni vagamente nostalgici, incamminandosi verso il carcere distrettuale, gruppi islamisti scendono in strada nella capitale per festeggiare la sentenza di condanna. 

In effetti il giudice che ha emesso il verdetto non ha usato la mano leggera: il pubblico ministero aveva infatti suggerito una condanna più lieve, ritenendo congrua una pena di due anni di libertà vigilata e un eventuale anno di carcere se, in quel periodo, l’imputato si fosse mostrato recidivo di blasfemia. La Corte ha ignorato tale richiesta giudicando Ahok colpevole di vilipendio al Corano, infliggendogli due anni di carcere per un reato che, in Indonesia, prevede la pena massima di cinque anni di prigione.

È questo il parziale epilogo (la difesa ha annunciato ricorso in appello) di una vicenda iniziata a settembre del 2016, quando l’ex governatore di etnia cinese – all’inizio della campagna elettorale per il massimo seggio istituzionale nel distretto della capitale – aveva citato in un discorso la sura Al-Maidah del Corano, contestando la visione data da alcuni leader radicali. Questi avevano invitato gli elettori a votare per un candidato musulmano, sulla base di una presunta indicazione del libro sacro.

Quell’intervento, pur legittimo, è costato caro ad Ahok: un video subito divenuto virale sui social media ha innescato la reazione dei gruppi islamisti e la denuncia per blasfemia. Il governatore è stato rinviato a giudizio e processato nel bel mezzo della stagione che precedeva il voto di febbraio 2017. La vicenda è stata fortemente strumentalizzata da gruppi radicali come l’Islamic Defenders Front e ha costituito una spada di Damocle che ha influenzato l’intera campagna politica.

Ahok ha vinto al primo turno delle elezioni (con il sostegno trasversale di elettori cristiani e non) per poi soccombere al ballottaggio del 19 aprile, quando ha ceduto il passo all’altro candidato, il musulmano moderato Anies Baswedan: su quest’ultimo, candidato indipendente e di solide basi democratiche, si è concentrato l’appoggio di tutti gli oppositori di Ahok, dai maggiori partiti politici (come il Gerindra ) fino ai movimenti islamisti, che pure Baswedan si è guardato bene dal rifiutare.

Va ricordato che Ahok non era giunto al seggio di governatore come candidato eletto, ma subentrandovi da vice quando Joko Widodo, governare uscente, si era tuffato nella corsa per la presidenza dell’Indonesia, raggiunta con successo nel 2014. La prova di governo di Ahok, nel segno della trasparenza e della concretezza, si è rivelata positiva e ha riscosso ampi consensi. Estesosi ben oltre i confini delle comunità cristiane, il suo gradimento popolare ha toccato punte del 70%.

Tutto faceva presagire una rielezione, ma quel cenno al Corano ha cambiato le carte in tavola, rappresentando l’appiglio che ha dato la stura ai movimenti islamici radicali. È pur vero che Ahok, nel frattempo, ha mostrato un carattere giudicato arrogante e spocchioso, attirandosi le antipatie del pubblico, che, in alcuni casi, ha collegato questo atteggiamento alle sue origini cinesi, accusate, a volte, di avere un «complesso di superiorità» rispetto ai cittadini di etnia giavanese. Inoltre alcuni suoi discutibili provvedimenti politici – come lo sgombero di famiglie povere da alcuni insediamenti abusivi a Giacarta, senza provvedere a una ricollocazione – hanno generato ostilità di attivisti della società civile.

In questa cornice, il fattore religioso (Ahok è cristiano protestante) è un elemento che ha contribuito a coagulare gli oppositori dietro la bandiera issata dagli islamisti, abili a guidare e manipolare il malcontento, specialmente tra i giovani. «I gruppi islamici radicali hanno influenzato questo verdetto e la recente campagna elettorale. La difesa ricorrerà in appello, mentre noi cristiani ci rimettiamo alla giustizia di Dio», ha osservato all’agenzia vaticana Fides Agustinus Ulahayanan, segretario della Commissione per il dialogo interreligioso della Conferenza episcopale dell’Indonesia. I battezzati (l’11% nel distretto di Giacarta) si appellano alla Pancasila, la carta dei cinque principi (fede nell’unico Dio, umanità, unità della nazione, democrazia, giustizia sociale) alla base dell’Indonesia moderna. D’altro canto si prende atto della debolezza del sistema giudiziario e dell’impatto che hanno avuto i gruppi radicali sia nell’agone politico, sia sul giudizio dei magistrati: la strumentalizzazione della fede islamica ai fini elettorali è un fenomeno che potrà ripercuotersi anche sul voto presidenziale, previsto nel 2019.

Paolo Affatato

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