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lunedì 15 maggio 2017

“Imbrogliate, stuprate e vendute”. Tra le nigeriane vittime della tratta

La Stampa
Nel 2016 ne sono arrivate in Italia 11 mila: l’80% è finito sui marciapiedi. Il business dei trafficanti di sesso ha raggiunto i livelli record di 10 anni fa


Cisom ha 21 anni, ma minuta com’è sembra un’adolescente. Nella sua vita precedente abitava in un villaggio rurale dell’Imo State, a 300 chilometri dall’edificio dai muri color ocra e l’odore di disinfettante dove vive oggi a Benin City, sotto la protezione dell’agenzia governativa anti-tratta (Naptip).

«Studiavo in una scuola per parrucchiere, sognavo di aprire un negozio, ma in una famiglia di sei persone che tira avanti con il raccolto dei campi i soldi non bastano mai, così quando una vicina mi ha proposto di andare in Germania per guadagnare bene non ci ho pensato due volte, diceva che le avrei pagato i 30 mila euro del servizio una volta sistemata», racconta con un filo di voce, gli occhi bassi, le mani nervose che tormentano la maglietta bianca. La giovane psicologa che la assiste le tiene le spalle, lei continua guardandosi i piccoli piedi nudi: «Siamo state accompagnate a Benin City, c’era anche mia sorella. Poi siamo andate in Mali, ci hanno tolto i passaporti, ci hanno chiuso dentro una casa, piangevamo tutto il giorno». Cisom è una delle decine di ragazze che ogni settimana vengono adescate dai trafficanti e avviate alla prostituzione. Il business, tornato ai livelli record di dieci anni fa (ma più violento e affamato di minorenni), lievita senza sosta da mesi. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni dei 37 mila nigeriani sbarcati in Italia nel 2016 (la nazionalità più numerosa) oltre 11 mila erano donne, l’80 per cento era destinato al marciapiede e quasi tutte venivano da Benin City.

Fa caldo nella capitale polverosa dell’Edo State, un milione e mezzo di anime disseminate in un groviglio di strade senza piano regolatore e senza memoria dell’antico Regno dove due famiglie su tre vivono con un centinaio di dollari al mese, quanto ricchi e stranieri pagano al ristorante. Julie Okah Donoi, braccia poderose sotto la polo con il numero di telefono “Naptip Hotline”, guida questa struttura che in 15 anni, operando sotto l’ombrello del ministero della Giustizia, ha recuperato 10 mila vittime e portato in tribunale 323 carnefici: «Lavoriamo con le intelligence dei Paesi vicini per intercettare le ragazze prima che partano per l’Europa, dalla Libia e dal Niger ne tornano indietro 120 a settimana. La strada è sempre la stessa, Benin, Kano, Zinder, Agadez, Gatrun, Sebha, Zuara e poi il mare. Con l’Italia abbiamo un accordo che funziona, negli ultimi 15 giorni sono state rimpatriate in 150. C’e anche una rotta che passa dal Mali, dove le ragazze vengono private dei passaporti, stuprate e vendute». Cisom e le altre restano sullo sfondo come i poster che tappezzano le pareti. Fuori da qui la città, che al calare del sole piomba nel buio, nasconde gli artigli, le capanne della paura dette «shrines» dove, tra feticci organici e riti voodoo, viene imprigionata l’anima delle ragazze per smerciarne meglio il corpo, i sottoscala per i documenti falsi, i locali per il sesso prêt-à-porter.

«Dicono di non sapere cosa significhi partire per l’Italia ma non è vero, lo sanno tutti, qualsiasi famiglia di Benin City ha o ha avuto almeno una persona nella tratta, magari ci si aspetta che sia meno peggio, che i clienti siano pochi e che sia facile trovarne uno disposto a trasformarsi in marito, ma il business è chiarissimo e paradossalmente il problema non è tanto finirne vittima quanto tornare a casa a mani vuote». La riflessione di Evon Idahosa è spietata. Bella, assertiva, questa avvocatessa che lavora al reinserimento delle ex prostitute attraverso l’ong Pathfinders Justice Initiative beve succo d’anguria e mostra i dati Onu: un giro d’affari annuo di oltre 228 milioni di dollari. «Siamo una società conservatrice ma il bisogno ridimensiona i valori e nei villaggi il biasimo morale pesa meno dell’ammirazione per le “madame” che si arricchiscono». Secondo Isoke Aikpitanyi, che ha raccontato la sua esperienza nel libro Le ragazze di Benin Citye dirige l’associazione delle vittime della tratta, ci sarebbero circa diecimila «madame» in Italia.

Beki, 30 anni, ammette di aver capito cosa l’aspettava una volta entrata in Libia. La permanenza nella «connecting house» di Tripoli, con le compagne messe incinta per far scattare la protezione extra, garantita alle mamme da molti Paesi europei, l’ha riportata in sé. «Mi sono consegnata alla polizia e sono stata rimpatriata», spiega emergendo dal cofano della grande automobile tipo Buick che sta aggiustando con una coetanea. Lavorano da Sandra, la titolare «dell’officina di recupero» finanziata dal governatore di Benin dove sono state reinserite un centinaio di ragazze.

«Abbiamo il dovere morale e la responsabilità legale di aiutare queste ragazze, dobbiamo unire le forze per creare un’alternativa che scoraggi chi vuole partire e favorisca il reintegro di chi torna», ha notato la presidente della Camera Laura Boldrini durante la visita a Benin City, tappa centrale del suo viaggio istituzionale in Nigeria. Cisom stringe la mano senza vigore, ha recuperato il corpo ma l’anima è ancora persa, rubata come le altre, come le ragazze di Benin City, come le studentesse di Chibok.

Francesca Paci - Inviata a Benin City (Nigeria)

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