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sabato 29 aprile 2017

Pakistan - Asia Bibi, tempi lunghi per un’udienza. Condannata a morte per blasfemia nel 2010

Vatican Insider
La Corte Suprema respinge l’istanza per accelerare il processo. Studioso musulmano: «La legge sulla blasfemia è contro gli insegnamenti dell’islam»



La Corte Suprema del Pakistan ha respinto la richiesta di un’udienza anticipata per il processo di Asia Bibi, la donna condannata a morte per blasfemia nel 2010 e giunta al terzo e ultimo grado di giudizio. 


Come conferma a Vatican Insider l’avvocato Saiful Malook, due settimane fa la difesa aveva presentato alla Corte un’istanza chiedendo di esaminare il caso nella prima settimana di giugno. La domanda era sostanzialmente motivata da motivi umanitari, dato il lungo periodo di detenzione della donna (otto anni), le sue condizioni di salute, la convinzione della sua innocenza. Il tribunale l’ha rigettata. 

L’avvocato Malook resta fiducioso sulla possibilità di dimostrare l’innocenza di Asia e di ottenere l’assoluzione, ma in primis, rimarca «è necessario che la Corte fissi l’udienza e ci ascolti».

L’ultima volta che il caso della donna cristiana era stato ufficialmente calendarizzato e discusso dal Supremo tribunale era il 13 ottobre 2016, quando uno dei tre magistrati designati si ritirò dal collegio giudicante per una sorta di «conflitto di interessi», avendo già in passato giudicato nel caso di Mumtaz Qadri, assassino del governatore del Punjab Salman Taseer. Questi si era esposto personalmente per proclamare l’innocenza di Asia. I due casi, secondo il magistrato, sono collegati e da qui le sue dimissioni, che però decretarono un rinvio a data da destinarsi.

Non sono per nulla certi, ora, i tempi di una nuova udienza. Secondo alcune fonti interne al tribunale, se non vi sarà un esplicito anticipo del caso, potrebbero passare anche alcuni anni, data la pletora di casi e la rigida cronologia osservata. Per questo la difesa dovrà comunque insistere per ottenere un’udienza anticipata per Asia Bibi, e così sembra si farà: «Esprimiamo grande disappunto perchè oggi la Corte ha respinto la nostra istanza, ma non ci scoraggiamo. Ci organizzeremo per presentarne una nuova», dice a Vatican Insider Joseph Nadeem, tutore della famiglia della donna.

Tecnicamente, lo «stato dell’arte» è fermo al 22 luglio del 2015, quando la Corte Suprema ha sospeso la condanna a morte del verdetto emanato nel 2014 dalla Corte di Appello di Lahore, ammettendo il caso all’esame del terzo grado di giudizio. L’atmosfera generale che attualmente si vive in Pakistan potrebbe essere sfavorevole ad un rapida soluzione della vicenda di Asia Bibi, in quanto è tornato a infiammare l’opinione pubblica e a occupare le prime pagine dei giornali il dibattito sulla famigerata legge di blasfemia, usata per condannare Asia Bibi.

Ha destato scandalo, infatti, l’omicidio di uno studente universitario musulmano, Mashal Khan, giustiziato da suoi colleghi con l’accusa di presunta “blasfemia digitale”, per alcuni post sul social network Facebook. Negli ultimi giorni diverse testimonianze hanno rivelato che l’accusa era del tutto pretestuosa e che esecuzione è stata una vendetta in piena regola, ordita da alcuni leader dell’università che Khan aveva accusato di corruzione. Per colpirlo, costoro hanno usato la legge di blasfemia.

L’indignazione è salita alle stelle. Intervistato dalla Tv privata pakistana Dunya News, Javed Ahmed Ghamidi, noto studioso musulmano, costretto all’esilio, ha dichiarato: «L’intera nazione è responsabile della morte di Mashal». Ghamidi non risparmia i capi religiosi musulmani: «I leader religiosi non insegnano alla gente a comportarsi secondo l’Islam. Tocca agli ulema dire alle persone che le loro azioni, diffondendo l’odio e la violenza, sono contrarie agli insegnamenti del Profeta e di Allah. Nessuno dovrebbe essere autorizzato a farsi giustizia da solo. Lo Stato dovrebbe intervenire immediatamente». Sulla legge di blasfemia, Ghamidi è molto chiaro: «La legge sulla blasfema è contro il Corano, contro gli hadith (i racconti sulla vita del profeta, ndr). Allah non ha mai rivelato questa legge. Questa legge è un tradimento e un insulto anche per l’islam».

Il punto è – spiega l’intellettuale musulmano – che «lo Stato ha paura degli ulema e della reazione emotiva delle masse. È tempo che i leader religiosi e i politici affrontino insieme questo problema. Bisognerebbe insegnare con chiarezza alla gente che la legge di blasfemia è contro gli insegnamenti del Profeta, e che non è il vero messaggio dell’islam».

Interpellato da Vatican Insider, l’avvocato cristiano pakistano Mushtaq Gill, impegnato ad assistere legalmente i fedeli pakistani, in casi di blasfemia e altre violenze, spiega: «In molti casi la violenza di massa è istigata da capi religiosi musulmani. E molti musulmani alimentano la violenza in nome dell’islam sui social media in Pakistan. Ma lo Stato non li controlla e li lascia agire indisturbati. Il circolo dell’odio continua e i frutti sono esecuzioni extragiudiziali come quella Mashal Khan».


Paolo Affatato

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