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sabato 11 marzo 2017

Perché va dichiarata la guerra alla povertà, non ai poveri

Il Foglio
"La sicurezza è di sinistra". Vero, ma deve essere sicurezza per tutti, italiani e immigrati. Senza le trappole di buonismo e cattivismo. Dicono che all'Anci i sindaci vogliano più poteri repressivi. Purtroppo per molti il concetto di "sicurezza" coincide con "decoro urbano". 



C'è chi annuncia il divieto di rovistare nei cassonetti e chi vuole raddoppiare agli immigrati il tempo accordato per accedere alla graduatoria degli alloggi popolari (anticostituzionale).
Qualcun altro dice che fare l'elemosina comprometterebbe la vivibilità nonché la "mobilità" nelle nostre città. 

Davvero? Ce la vogliamo prendere con gli ultimi degli ultimi? Consiglio di leggere "L'attesa della povera gente" di Giorgio la Pira. E magari di occuparsi di trasporto pubblico. A Treviso si lasciano costruire muri e gated communities, tipo apartheid. È un messaggio sociale e politico micidiale: ognuno faccia da sé.
A Ventimiglia si vieta con un'ordinanza di dar da mangiare gratuitamente ai migranti, di fare elemosina, mettendosi contro la nostra identità storica, culturale e religiosa. 

Si dice che "sicurezza è parola di sinistra". Certo, è ovvio. Infatti il problema non è "sicurezza" ma "sicurezza per chi?". Se la sicurezza è solo per alcuni, non importa chi, siamo tutti destinati all'insicurezza. "Ma anche gli italiani sono poveri", si ricorda giustamente.

I dati Istat sulla povertà sono gravi per un paese occidentale. Siamo di fronte a due emergenze: le famiglie italiane povere e gli immigrati. Eppure, la soluzione dell'una dipende dall'altra e viceversa, come dimostrano anche gli allarmanti dati demografici appena pubblicati (non facciamo più figli e siamo il paese con più anziani al mondo dopo il Giappone).

Eppure la narrazione urbana sembra contrapporre fatalmente questi due pezzi di società. Servirebbero soluzioni politiche, si dice. La norma universalistica per i più poveri approvata ieri è un'ottima notizia in questo senso. Il reddito di inclusione si rivolge a quasi due milioni di Italiani poveri. 

Manca ancora una norma che copra tutti gli italiani in forte disagio (circa 8 milioni) ma si inizia comunque dalla fascia più bassa. E questo è un'assoluta novità. L'Italia era uno dei soli due paesi di Europa a non avere una norma contro la povertà, assieme alla Grecia. In questi anni si è parlato fino alla noia di coesione sociale, ma la sensazione è che questa espressione si fosse quasi svuotata di reale peso specifico.

La coesione è innanzitutto relazione tra individui, qualcosa di molto concreto. Tra i pregi del ddl povertà c'è il ribaltamento creativo dell'assistenzialismo perché prevede, accanto all'assegno, un diretto sostegno all'inclusione sociale e lavorativa. 

Nell'ambito dell'attuazione delle misure previste dal disegno di legge è poi fondamentale che vi sia un processo di inclusione anche dei minori, che si tenga conto cioè del benessere dei bambini, delle fragilità dei nuclei famigliari e dell'importanza di creare piani di intervento personalizzati.

Non basta simpatizzare con l'hashtag #restiamoumani, che pur va rammentato, ma bisogna saper affrontare fattualmente i problemi dal basso, per tutti. Di questa prova voglio ringraziare personalmente il premier Paolo Gentiloni, che ha dimostrato capacità di ascolto e passione civile. 

I sindaci per primi possono esultare. Il "neocattivismo" in nome del decoro dei primi cittadini ci renderà ancora più insicuri, perché esalta le differenze e semina odio. Meglio cambiar strada. 

Dichiariamo guerra alla povertà non ai poveri, questo è il segnale che viene dal governo. Seguire questa via sarebbe, per tutti, la misura più securitaria che possiamo immaginare.

di Mario Giro
viceministro degli Esteri

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