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giovedì 2 marzo 2017

Iran. Ricercatore dell'Università di Novara Ahmadreza Djalali in carcere ha iniziato lo sciopero della sete

La Stampa
Cresce la paura per la salute di Ahmadreza Djalali, accusato di aver collaborato con "Paesi nemici": da venerdì una nuova protesta contro la detenzione. Ahmadreza Djalali è un medico iraniano esperto di medicina dei disastri. Ha vissuto e lavorato a Novara con i ricercatori del Crimedim dal 2012 al 2015.

Il medico iraniano Ahmadreza Djalali
"La sua vita è in pericolo": cresce di ora in ora l'ansia per la sorte di Ahmadreza Djalali, 45anni, il medico iraniano incarcerato a Teheran con l'accusa di aver collaborato con Paesi nemici. Djalali è un ricercatore in medicina dei disastri e ha lavorato e vissuto anche a Novara: quando è stato arrestato, il 25 aprile in occasione di un convegno a cui era stato invitato dall'Ateneo di Teheran, collaborava ancora con il Crimedim, il centro di ricerca dell'Università del Piemonte Orientale.

Gli appelli internazionali - Venerdì ha cominciato lo sciopero della sete e da giorni aveva ripreso a rifiutare il cibo. La scorsa settimana, infatti, aveva ripreso a nutrirsi regolarmente: lo aveva probabilmente confortato la mobilitazione internazionale che si era creata in tutto il mondo per lui. Da Novara i suoi colleghi dell'Upo e gli amici che aveva incontrato negli anni trascorsi in città, dal 2012 al 2015, avevano lanciato una petizione per la sua liberazione raccogliendo oltre 200 mila firme. La senatrice novarese Elena Ferrara con il collega Luigi Manconi avevano incontrato l'ambasciatore iraniano a Roma da cui in seguito avevano avuto rassicurazioni sul fatto che le indagini a carico di Djalali erano ancora in corso e non era stata decisa nessuna condanna a morte, come era stato minacciato in precedenza.

Il 6 febbraio Amnesty International inoltre aveva lanciato un'azione urgente chiedendo la sua liberazione e denunciando che il medico, detenuto nella prigione di Evin a Teheran, era stato in isolamento per mesi e si trovava in condizioni fisiche non buone, avendo già avuto due collassi e problemi ai reni. Si erano impegnati per la sua liberazione anche la Svezia, dove abitava dall'inizio del 2016 con la moglie Vida e i due figli, Ario di 5 anni e Amitis di 14, dopo aver lasciato Novara, e il Belgio, con cui collaborava.

Ricusato il suo avvocato - Questa attenzione internazionale forse aveva illuso tutti. Nei giorni scorsi, portato davanti al giudice, Djalali si è visto ricusare di nuovo il suo avvocato e non ha ottenuto la fissazione di una data certa del processo. Quindi ha deciso di riprendere lo sciopero della fame che aveva cominciato il 26 dicembre e interrotto solo la settimana scorsa e ha annunciato di voler rifiutare anche l'acqua a partire da venerdì. Mercoledì la commissione Diritti umani del Parlamento ha avanzato una nuova sollecitazione al ministero degli Esteri perché l'Iran possa garantire almeno una corretta difesa in giudizio. Ma fino a ieri sera non ci sono stati riscontri. "Siamo molto preoccupati per lui perché lo sciopero della sete ha conseguenze molto pesanti sul fisico - ha detto il professor Francesco Della Corte, direttore del Crimedim di Novara. È una situazione angosciante". Luca Ragazzoni, amico e collega del centro di ricerca novarese: "È in pericolo la sua vita".


Barbara Cottavoz
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