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mercoledì 29 marzo 2017

Alganesh, l’angelo dei migranti che oggi ha un albero nel Giardino dei Giusti a Tunisi

Corriere.it
Lavorava per un’azienda straniera in Sudan, fu toccata dalla condizione dei bambini profughi d’Eritrea: «Non potevo stare a guardare senza fare nulla. Lasciai il mio lavoro, le mie sicurezze. Da allora, vivo per aiutare queste persone». Dal 2002 si occupa di migranti, soltanto negli ultimi 3 anni nel ha salvati 5.800 da centri-lager libici e galere egiziane



Tunisi — «Cominciò tutto un giorno che stavo in Sudan. Lavoravo per un’azienda internazionale. Era il 2002. Vidi quei bambini. Un gruppo di fratellini dell’Eritrea del Sud. Da soli. Cercavano l’elemosina. M’avvicinai e chiesi chi fossero. Il più grande mi disse che la guerra aveva bombardato la loro casa, la loro famiglia. Non avevano più nessuno. Erano in Sudan da tanto, nessuno se ne occupava. “Io sono il maggiore e faccio da padre e da madre. Chiedo io l’elemosina. Loro, i miei fratellini, devono studiare…”. Eritrei. Come me. Mi domandai: ma a che cos’è ridotto il mio popolo? Non potevo stare a guardare senza far nulla. Lasciai il mio lavoro, le mie sicurezze. Da allora, vivo per aiutare queste persone».


Un passato da medico ayurvedico
Sarà anche vero che fa più rumore un albero che cade d’una foresta che cresce. Ma gli alberi che di questi tempi si piantano a Tunisi, nel Giardino dei Giusti dell’ambasciata italiana, fanno rumore ancor prima di crescere. L’ultimo è in onore dell’italo-eritrea Alganesh Fessaha, 62 anni (nella foto in alto, è la donna con la maglietta nera tra i bambini profughi), una figlia, un passato nella medicina ayurvedica e tutto il tempo che le resta dedicato a salvare i migranti. Cinquemilaottocento persone, solo negli ultimi tre anni: Alganesh è andata a prenderle dove non va nessuno, nei centri-lager della Libia o nelle impossibili carceri egiziane, le ha riscattate, liberate, portate al sicuro dell’unico Paese africano – l’Etiopia – disposto a dare accoglienza a quelli che non accoglie mai nessuno. 



I «figli di nessuno» in fuga da guerra e lavori forzati
Eritrei disertori, sudanesi in fuga, nigeriani sbandati, somali abbandonati, maliani e ciadiani figli di nessuno. Chi scappa scampa alla guerra obbligatoria e ai lavori forzati. Chi s’avventura a piedi nel Sinai e finisce ostaggio dei trafficanti d’uomini. Chi deve vendersi una cornea, se vuole rivedere casa. Chi semplicemente non ha più soldi e fa lo schiavo e telefona alla famiglia piangendo perché qualcuno paghi per la sua libertà. Alganesh non dice come, ma riesce a salvarli. A migliaia: «Nel Sinai devi pagare un riscatto a chi tiene prigioniera questa gente. Io non lo faccio, però: ho altri modi per farmeli consegnare. Nelle carceri egiziane, al Cairo, ad Assuan o ad Alessandria, è diverso: li processano per direttissima e li condannano a restare o a essere deportati. Nessuno però può pagare per andarsene: a quel punto, intervengo io, pago il biglietto aereo, li mando in Etiopia. Ad Addis Abeba hanno accettato di sostenere questo mio corridoio umanitario: nei campi profughi dell’Onu, ospitano 800 mila eritrei, somali, sudanesi. Danno loro asilo. Li tolgono da morte sicura».

L’omaggio dell’albero nell’ambasciata italiana
Oggi, Alganesh è appena sbarcata a Tunisi dal Cairo. Il tempo d’essere salutata nel giardino della rappresentanza italiana. Di ricevere il ringraziamento dell’ambasciatore Raimondo De Cardona e del presidente dell’associazione Gariwo, Gabriele Nissim. Di guardare l’albero che viene piantato nell’unico Giardino dei Giusti fiorito in un Paese arabo, di fianco ai tronchi già dedicati ad altri nomi dell’Islam pacifico: la guida Mohamed Naceur ben Abdesslem che salvò i turisti al Bardo e l’archeologo Khaled al-Asaad che fu ucciso dall’Isis a Palmira; il bengalese Faraaz Hussein che aiutò gl’italiani nell’attentato di Dacca e l’ambulante Mohamed Bouazizi che si diede fuoco e accese le Primavere arabe; l’imprenditore tunisino Khaled Abdul Wahab che protesse molte famiglie d’ebrei ai tempi del nazismo…

I Giusti che lottano contro populisti e islamofobi
«Il mondo deve sapere che i Giusti non sono solo quelli della Shoah o del genocidio armeno – spiega Nissim -. Ci sono anche quelli capaci d’assumersi la responsabilità di salvare il mondo in contesti arabi e musulmani. La lotta ai populismi e agli islamofobi, a chi vuol far credere che nel dna di questa parte di mondo ci siano solo terrorismo e fondamentalismo, si fa con gli esempi positivi. Passiamo i giorni a parlare di come combattere l’Isis e a garantire la nostra sicurezza, ma nessuno si preoccupa del vuoto culturale che ci minaccia». (sotto, nella foto Ansa, l’attivista eritrea Alganesh Fessaha nel campo profughi di Mai Aini, in Etiopia)

Una sfida contro le erbacce dell’intolleranza
«Pianteremo un Giardino dei Giusti anche in Giordania», annuncia Nissim. Una bella sfida a chi, sulle radici sane, lascerebbe crescere solo le erbacce dell’intolleranza: «L’Islam – dice Alganesh - è una parola che contiene la radice di Salaam, pace. Io sono cristiana, ma conosco molto bene il Corano». Sì, è cristiana. «Ma non è che questo conti molto». Anche perché è stato grazie alla collaborazione di un musulmano - uno sceicco salafita che all’inizio non voleva nemmeno parlare con un’ «impura» – se oggi Alganesh gestisce l’ong Gandhi e da Milano scarcera tanta gente. «Più che una collaborazione – scherza lei -, con lo sceicco è stata una lotta. Oggi Awwad Mohamed Ali Hassan mi chiama “mamma” e con me scherza sempre. Mi protegge dalle minacce come fossi sua sorella. Ma all’inizio è stato difficilissimo. Lo sceicco è un musulmano rigido. Gli era vietato salutarmi, guardarmi, parlarmi. Se doveva dirmi una cosa, usava suo fratello».

Lo sceicco che predica: «Non maltrattate i fratelli africani»
E com’è finita a cercare proprio lui? «Nel 2005, sono in Egitto per portare in Etiopia un po’ di eritrei prigionieri. Mi dicono che nel Sinai, vicino al confine di Gaza, c’è questo sceicco che il venerdì parla alla gente. Uno che dice: “Non dovete maltrattare o uccidere i fratelli africani”. Uno che fa sermoni coraggiosi: laggiù, i migranti che salgono dal Corno d’Africa non valgono nulla, sono tenuti come bestie, per fare soldi con le famiglie costrette a pagarne il riscatto». Chi si ribella a quest’economia locale, rischia: secondo il Parlamento europeo, solo nel Sinai, in cinque anni sono morte fino a 30mila persone. Chi è dunque questo salafita che osa parlare contro le mafie beduine, i ladri d’organi, i contrabbandieri di bambini e prostitute?

Il Corano proibisce di speculare sulle persone
«Chiedo d’incontrarlo», racconta la dottoressa Alganesh: «La prima volta, mi manda il fratello a domandarmi che cosa voglio. Quando gli spiegano che intendo collaborare con lui, mi fa rispondere che non se ne parla nemmeno: una donna, che per di più parla in quell’arabo strano… “E’ troppo pericoloso”. Per un po’, insisto. Alla fine, quando sto per arrendermi e per tornare al Cairo, manda il fratello da me: “va bene, puoi fermarti a dormire a casa di mia madre e di mia moglie”. All’inizio, ho paura d’essere diventata anch’io un ostaggio. Invece la mattina dopo, compare per dirmi che il Corano proibisce la violenza sulle persone e il guadagno sulla loro vita…».

«Hanno provato a ucciderci, a bruciarci le auto...»
L’eritrea e lo sceicco s’intendono subito, salvano 750 disperati. E com’era prevedibile, finiscono per dare più fastidio che scandalo: «In tanti anni, han provato di tutto: a ucciderci, a bruciarci le auto, a minacciarci…». Nel Sinai, da due anni non si va più. Il rischio è altissimo. Ma i salvagente nel deserto, Alganesh riesce a lanciarli ugualmente. Lei vive a Milano da quarant’anni ed è una cittadina italiana, ma l’angoscia è per il suo Paese natale perseguitato, impoverito, ucciso: «L’Eritrea non interessa a nessuno. E’ in una posizione strategica, non ha Islam estremista che bussi alle porte, c’è un dittatore che garantisce il controllo del Mar Rosso. Perché bisognerebbe parlarne? Una volta, me l’ha detto anche un sottosegretario italiano: l’Eritrea dobbiamo tenercela buona così com’è…».


Francesco Battistini

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