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sabato 4 febbraio 2017

USA. Giudice blocca lo stop di Trump agli immigrati. "Anche il presidente è soggetto alla legge".

Corriere della Sera
Il provvedimento è del giudice federale dello Stato di Washington: "Anche il presidente è soggetto alla legge".
Un giudice ha bloccato temporaneamente su base nazionale le restrizioni introdotte dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump circa l'ingresso negli Usa di cittadini provenienti da sette paesi a maggioranza musulmana.
 


La sfida legale era partita dagli stati di Washington e Minnesota che avevano chiesto per primi il blocco del provvedimento, cui però i legali del governo avevano posto giudizio negativo, che il giudice di Seattle James Robart ha invece respinto affermando che la causa ha fondamento.
L'ingiunzione restrittiva verso il provvedimento, su richiesta degli stati di Washington e Minnesota, ha effetto a livello nazionale. La "riapertura" delle frontiere rischia ora di gettare nel caos porti e aeroporti in tutti gli States: il dipartimento di Stato e quello della sicurezza nazionale stanno in queste ore cercando di valutare l'impatto della sentenza sugli arrivi dei migranti e dei richiedenti asilo. Poche ore dopo la sentenza l'ufficio federale per il controllo delle frontiere ha autorizzato le compagnie aeree ad imbarcare i passeggeri in precedenza colpiti dal "muslim ban".
"Tutti siamo soggetti alla legge" - Robart, giudice federale, ha dichiarato che "il provvedimento dimostra che nessuno può considerarsi al di sopra della legge". La sua decisione bloccato l'esecuzione dell'ordine di Trump di impedire l'ingresso negli Usa di viaggiatori provenienti da sette paesi a prevalenza musulmana (Siria, Libia, Yemen, Sudan, Somalia, Iran, Iraq) sospettati di essere fiancheggiatori del terrorismo. Bob Ferguson, general attorney dello stato di Washington, che aveva avviato la causa, dopo la decisione ha dichiarato che "la legge ha la capacità di sottomettere tutti ad essa e questo include anche il presidente degli Stati Uniti.
Fergusson ha aggiunto che la gente proveniente dai Paesi della "black list" possono ora entrare nuovamente negli Stati Uniti. Il dipartimento nazionale di sicurezza, attraverso il suo portavoce Gillian Chiristensen, ha detto che per il momento non verranno rilasciati commenti sul verdetto. Lo stesso Fergusson in precedenza aveva affermato che la decisione della Casa Bianca viola i diritti costituzionali.
La Casa Bianca prepara il ricorso - Non si è fatta attendere la reazione da parte della casa Bianca. In una dichiarazione ufficiale l'ufficio del presidente ha fatto sapere che ritiene il decreto blocca immigrati "legale e appropriato". La presidenza inoltre non ha alcuna intenzione di recedere di fronte alla decisione del giudice di Seattle e prepara il muro contro muro: "Al più presto possibile" il dipartimento di Giustizia intende presentare un ricorso di emergenza alla decisione del giudice federale. Nella medesima nota la Casa Bianca si dice quindi determinata alla difesa dell'ordine esecutivo "che siamo convinti è legale e appropriato".
Un danno alle aziende hi tech - La decisione della Corte avviene in uno stato particolarmente colpito dalle restrizioni all'immigrazione: qui si trovano alcune delle principali aziende hi tech americane che accolgono numerosi giovani talenti provenienti da tutto il mondo. Non a caso uno dei fondamenti della richiesta era che i residenti degli Stati interessati stanno subendo un ingiusto danno dal "muslim ban" imposto dal presidente. 

Secondo i quotidiani e i siti di Seattle, la decisione avrà effetto immediato; stessa interpretazione è stata confermata a caldo dal Washington Post. È stato calcolato che solo nella prima settimana in cui è rimasto in vigore, il provvedimento di restrizione all'immigrazione ha colpito almeno 100mila persone con un passaporto emesso dai sette stati islamici. Alcuni di loro sono anche rifugiati politici.
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Claudio Del Frate

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