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domenica 5 febbraio 2017

"Un movimento di solidarietà con i senza dimora, in nome di Modesta"

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Andrea Riccardi

Chiunque domenica 5 febbraio avrà l'occasione di entrare nella basilica di Santa Maria in Trastevere sentirà, a un certo punto, risuonare i nomi di persone che magari ha incontrato tante volte, ma davanti alle quali non si è mai fermato: sono i tanti senza dimora che negli ultimi anni hanno perso la vita. Per strada, da soli, spesso durante l'inverno.

È una tradizione ormai per la Comunità di Sant'Egidio, che si ripete ogni anno, da quando, il 31 gennaio 1983, al binario 1 della stazione Termini, morì una donna, Modesta Valenti. Aveva avuto un malore, ma, essendo sporca, l'ambulanza si rifiutò di portarla in ospedale. Non solo un caso di malasanità. Piuttosto un episodio che portò alla luce il disprezzo nei confronti degli ultimi tra i poveri, coloro che vivono e muoiono per la strada.

Quella di Modesta è una memoria che si è allargata nel tempo non solo in altri quartieri di Roma ma anche in altre città: celebrazioni inedite perché vedono, insieme a chi li aiuta, la partecipazione di centinaia di senza dimora, per i quali quella donna indifesa e tanto simile a loro è diventata come una "santa", da onorare con un ricordo commosso e collettivo. L'elenco dei nomi di chi ha perso la vita per il freddo e le dure condizioni di vita è ogni anno più lungo, ma è giusto non dimenticare nessuno.

Perché il più grande nemico di chi vive per strada è l'indifferenza, "la malattia del nostro tempo", come l'ha definita Papa Francesco. Basterebbe poco, fermarsi a parlare, chiedere se c'è bisogno di qualcosa, proteggere la fragilità. È ciò che è successo appena pochi giorni fa.

Durante il grande freddo è stato meno freddo per chi vive nelle vie dei centri storici delle nostre città e nelle stazioni: merito di tanti cittadini che hanno risposto a un semplice appello di Sant'Egidio alla mobilitazione portando sacchi a pelo, coperte, pasti e bevande calde alle associazioni che visitano regolarmente i senza dimora durante tutto l'anno. E molti non si sono fermati al gesto offrendosi come volontari per andare a trovare chi aveva bisogno.

Un moto di solidarietà collettiva ha percorso la Penisola, ha reso meno gelida la stagione, probabilmente ha salvato molte vite. Non era mai successo in queste dimensioni. È una novità altamente positiva. Vuol dire che in Italia c'è tanta gente che può aiutare. E se è vero che si sono allentate le reti sociali e si assiste a una difficoltà crescente di tanti itinerari esistenziali (che spesso portano alla vita per strada), il fenomeno non è irreversibile o ineluttabile: si può creare un movimento di inclusione sociale a protezione di chi ci è vicino perché vive, spesso, a pochi metri dalle nostre abitazioni, una sorta di "sindacato dei poveri".

Non è un'utopia: se ha funzionato a gennaio può funzionare sempre. Un segnale importante per l'Italia. Così come avviene per le "pietre d'inciampo" che ricordano le vittime dell'Olocausto in alcune vie delle nostre città: lì c'è il nome di chi è stato inghiottito dalla macchina infernale dei campi di concentramento e ogni volta che ce ne accorgiamo riaffiora la memoria. Allo stesso modo, invece di evitare l'"inciampo" rappresentato da uomini e donne stesi per terra, facendo finta di niente, ci si può fermare, parlare, aiutare.
Alcuni, con il nostro aiuto, hanno persino scelto, con il tempo, di abbandonare la strada. Altri hanno riacquistato dignità. Tutti con un po' di attenzione possono essere protetti. Perché, in fin dei conti, non sono tanti, qualche migliaia in Italia, un piccolo popolo che è rimasto indietro ma che non va condannato a restare disperso.

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