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venerdì 17 febbraio 2017

Italia - Rimpatrio forzato in Sudan, scatta il ricorso alla Corte dei diritti umani di Strasburgo

Left
Com’è possibile che l’Italia stipuli un accordo con uno Stato che viola i diritti umani? E che rispedisca in questo Stato, ovvero il Sudan, una cinquantina di migranti scappati dalla guerra del Darfur? Ebbene, è possibile. Ed è quanto è accaduto il 24 agosto a Ventimiglia. 
Forze di polizia a Ventimiglia nell'agosto 2016 in una operazione di fermo dei migranti
Circa 50 giovani arrivati in Italia dopo aver attraversato il deserto e il mar Mediterraneo sono stati caricati in un pullman verso Torino e da qui un aereo li ha portati direttamente a Karthoum. Left lo ha raccontato questa estate. Il rimpatrio forzato, ricordiamo, è stato possibile per via dell’accordo tra la Polizia italiana e quella sudanese siglato pochi giorni prima, il 3 agosto.

Nel corso di quella operazione sono state violate, secondo gli esperti di diritto internazionale talmente tante norme della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che bisognava davvero fare qualcosa. E infatti è arrivato il ricorso da presentare alla Cedu, la Corte europea dei diritti dell’uomo. «Siamo andati in Sudan e con molta difficoltà siamo riusciti a incontrare alcuni di questi migranti che erano stati rimpatriati. Non è stato facile, siamo anche stati fermati dai servizi di sicurezza sudanesi, ma fortunatamente non è successo nulla», racconta Dario Belluccio. 

È uno degli avvocati dell’Asgi che ha seguito la vicenda. Tra il 19 e il 22 dicembre è andato in Sudan insieme con il collega Salvatore Fachile, supportati da Arci, Asgi, del Tavolo Asilo e dai parlamentari europei Cornelia Ernst, Marie-Christine Vergiat, Josu Juaristi e Joao Pimenta Lopes del gruppo parlamentare europeo Gue/Ngl. «Da soli come avvocati sarebbe stato impossibile per noi riuscire a incontrarli».

I legali non senza difficoltà sono riusciti a rintracciare alcuni dei migranti rimpatriati, «un lavoro durato parecchi mesi, grazie soprattutto alle indicazioni che ci avevano dato i loro compagni che per fortuna erano riusciti a rimanere in Italia». «La cosa interessante è che queste persone rimaste in Italia hanno ottenuto lo status di rifugiato politico», precisa Belluccio. 

Facile immaginare che sarebbe accaduto anche agli altri. Invece no, questi sono passati nel giro di poche ore dalla salvezza all’incubo di dover tornare nel Paese da cui si era fuggiti. Un Paese governato da un dittatore poi può essere considerato tra gli Stati cosiddetti sicuri dove far rientrare i migranti? Evidentemente, dice l’avvocato, no. Addirittura l’articolo 14 del Memorandum tra l’Italia e il Sudan prevede l’identificazione dei migranti direttamente nel Paese africano, nei casi di necessità e urgenza, senza specificare quali siano questi casi. L’identificazione, inoltre, è prevista sia a livello sovranazionale che interno, negli Stati membri dell’Ue. Sul Memorandum l’Asgi ha fatto un’analisi evidenziandonei i punti critici.

«Noi abbiamo denunciato diverse violazioni della Convenzione dei diritti dell’uomo, compresa l’espulsione collettiva», continua l’avvocato. Il ricorso viene presentato oggi alla sede della Fnsi dall’avvocato Salvatore Fachile dell’Asgi, da Filippo Miraglia dell’Arci e da altri esponenti del Tavolo Asilo. Le violazioni contestate sono quelle degli articoli 3, 4, 14, 13, della Convenzione dei diritti dell’uomo. «Queste persone non hanno avuto la possibilità concreta di avere accesso alla procedura d’asilo», conclude l’avvocato Belluccio.

L’Italia, ricordiamo, proprio di recente, a dicembre 2016, è stata condannata per un altro caso, questa volta per trattenimento illegittimo. E in passato altre sentenze sui respingimenti illegittimi. Anche il caso dei cinque cittadini sudanesi potrebbe allungare la lista delle operazioni illegittime che vengono compiute nei confronti dei migranti. Magari con accordi di cui il Parlamento non chiamato a decidere, ma scritti soltanto nelle stanze del governo.

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