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domenica 8 gennaio 2017

Myanmar. Il dramma della minoranza musulmana Rohingya e i silenzi del Nobel per la pace Aung San Suu Kyi

Il Sole 24 Ore
Villaggi distrutti, case date alle fiamme, stupri, uomini disarmati pestati e uccisi, insieme a donne e bambini. Il dramma dei Rohingya, la minoranza musulmana (1,3 milioni di persone), sottoposta da anni a una spietata persecuzione nel buddhista Myanmar, registra ogni giorno di nuove atrocità. Anche ora che alla guida del Paese c'è un Nobel per la pace e un'icona mondiale della lotta per i diritti civili come Aung San Suu Kyi.



Mercoledì, la Cnn ha pubblicato la scioccante fotografia del cadavere di un bambino di sedici mesi, Mohammed Shohayet, riverso sulla spiaggia, affogato dopo che l'imbarcazione sulla quale si trovava si è rovesciata per il troppo peso. È finita così la sua fuga da violenze ormai tanto efferate da aver spinto anche il ministro degli Esteri della vicina Malesia ad accusare il Governo birmano di pulizia etnica, facendo eco alle denunce sollevate da Human right watch. Il padre di Mohammed, Alam, ha raccontato alla Cnn che stavano scappando da un raid delle forze di sicurezza.
Shock per bimbo Rohingya morto. Birmania nega genocidio - Il Governo birmano nega l'autenticità della foto e parla di propaganda. La regione è interdetta non solo a giornalisti indipendenti, ma anche alle organizzazioni umanitarie, tanto che secondo Amnesty International, la popolazione è ora a rischio fame. 

Pochi giorni fa, la commissione nazionale incaricata da Suu Kyi di indagare sulla situazione ha assolto le forze di sicurezza dalle accuse di abusi e negato qualsiasi violazione dei diritti umani. Alla guida del panel c'è il vice presidente Myint Swe, uno dei tanti ex generali ancora ben insediati nei gangli vitali delle istituzioni birmane, anche dopo che la giunta militare che per decenni ha tirannicamente guidato il Paese ha dovuto fare un passo indietro, con le elezioni del 2015.
L'ultima accelerazione nella campagna contro i Rohingya risale al 9 ottobre del 2016, quando un attentato contro una postazione militare ha ucciso 9 poliziotti. Da allora, 86 persone sono morte e 34mila sono fuggite in Bangladesh, dove però non hanno molte speranze di trovare un trattamento migliore. Insediamenti musulmani nel Myanmar Nord-occidentale sono rintracciabili dal 15° secolo.
L'origine dei Rohingya, termine emerso solo negli anni 50 del secolo scorso, è però più complessa e risalirebbe alla seconda metà del 1800, quando l'impero britannico favorì una migrazione di massa dalle regioni dell'attuale Bangladesh nello Stato Rakhine, sulla costa occidentale della Birmania, abitato da un'altra minoranza allora maltrattata, i buddhisti 

Arakan. La convivenza tra i due gruppi, complici gli errori del colonialismo e poi le vicende della seconda guerra mondiale e la successiva "ritirata" britannica, non è mai stata pacifica, con violenze da entrambe le parti che hanno stratificato pregiudizi e rancore.
Oggi, un terzo dei Rohingya vive nel Rakhine. Le violenze hanno subito una escalation nel 2012, quando i monaci buddhisti della regione, appoggiati da forze politiche locali, ne invocarono la cacciata, dopo che alcuni musulmani furono accusati di aver stuprato una donna Arakan. Secondo il dipartimento di Stato Usa, le violenze che ne seguirono causarono 200 morti e 140mila profughi. Le Nazioni Unite, quantificano in 160mila i Rohingya che dal 2012 hanno abbandonato la regione, cercando scampo in Malesia, Tailandia e Indonesia, oltre che in Bangladesh. Circa 120mila persone sarebbero internate in 40 campi di raccolta allestiti in Myanmar.
Alla persecuzione etnico-religiosa si sovrappongono gli interessi economici. L'apertura agli investimenti internazionali ha infatti aperto una corsa all'acquisto di terreni che ha fatto esplodere le quotazioni di mercato e che ha prodotto un'ondata di espropri a scapito di piccoli proprietari un po' in tutto il Paese e che diventa deportazione nei confronti di un gruppo etnico percepito come estraneo dalla maggioranza della popolazione. 

Il Governo, che si rifiuta di usare il termine Rohingya, ha sempre negato a questo gruppo la cittadinanza birmana, privandolo di diritti politici e civili. Nonostante vivano nella regione da generazioni, i Rohingya sono quindi considerati alla stregua di immigrati clandestini.
Una situazione che non ha subito alcun miglioramento con l'ascesa al potere di Suu Kyi, che, nonostante le pressioni internazionali, rifiuta di affrontare il problema. Il Nobel per la Pace non ha mai pronunciato una parola in difesa dei Rohingya, una macchia che si allarga sempre più sulla sua immagine di paladina dei diritti civili.

di Gianluca Di Donfrancesco

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