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venerdì 27 gennaio 2017

Migranti: preoccupazione per l'accordo Unione Europea-Libia per bloccare il flusso dal sud

Radio Vaticana 
L'Unione Europea continuerà a chiedere una equa divisone dei rifugiati. E' questa la risposta della Commissione europea all'annuncio del presidente Trump che gli Stati Uniti bloccheranno l'accoglienza dei rifugiati, siriani compresi. Intanto però l'Ue deve fare i conti anche al proprio interno con il mancato ricollocamento dei migranti arrivati in Grecia e Italia.

Migranti in Libia
Spero che si facciano passi avanti in solidarietà: il Commissario europeo Avramopoulos, oggi a Malta per la riunione informale dei ministri degli interni Ue, ha così chiesto ai Paesi dell’Unione che si sblocchi la questione del ricollocamento dei migranti. Dal 2015, da quando cioè vi fu l’accordo per la divisione delle 160mila persone arrivate in Grecia e in Italia, soltanto 11mila sono state reinsediate in 21 Stati e il piano scadrà il prossimo settembre. Mancano, intanto, pochi giorni alla riunione dei capi di Stato e di governo a Malta il prossimo 3 febbraio, in cui si dovranno discutere le modalità per gestire la rotta del Mediterraneo centrale. In agenda: la necessità di ridurre il numero delle traversate per salvare vite umane, così come l’urgenza di intensificare la lotta contro scafisti e trafficanti. 

In realtà non sono poche le preoccupazioni di organizzazioni come il Centro Astalli, per le quali l’unica proposta politica dell’Unione è quella di trovare un accordo con la Libia per bloccare i flussi e chiudere le frontiere. Lo scandalo denunciato è che ”pur di non salvare vite umane, pur di non attivare canali umanitari per chi fugge da guerre e persecuzioni, pur di non investire in politiche di accoglienza e integrazione si fanno accordi scandalosi con governi non democratici”. L’avvocato Angela Maria Bitonti, del Foro di Matera, esperta di immigrazione e di protezione internazionale:

R. – L’Unione Europea sta facendo molti passi indietro e molto repentinamente, negli ultimi mesi e soprattutto negli ultimi giorni. Sappiamo bene che il 3 febbraio si riunirà il Consiglio europeo dedicato ai flussi dei migranti nel Mediterraneo. Il Consiglio europeo, così come ha fatto presente la Mogherini, per fronteggiare il massiccio afflusso dai Paesi africani dei cosiddetti migranti economici – sottolineiamolo, perché li tiene distinti da quelli che provengono dalla Siria passando per la Turchia, per fronteggiare, quindi, questo afflusso dai Paesi africani per lo più subsahariani, via Libia, L’Ue ritiene che bisognerebbe rafforzare il controllo delle coste libiche per combattere gli scafisti e favorire i rimpatri volontari. Ebbene, io sono scettica riguardo a queste proposte dell’Unione Europea. La Libia non è un Paese stabile con cui poter prendere accordi che possano favorire la pace nel Mediterraneo.

D. – Quella dei canali umanitari è una soluzione che è stata invocata, perché l’Unione europea non vuole attivarli?

R. – Per una sorta di diffidenza e lo si capisce subito: i muri si alzano quando c’è diffidenza, c’è paura. Ma questa non è assolutamente la soluzione! Tutta questa gente che arriva e fa richiesta di asilo politico, è tutta gente – noi lo vediamo ogni giorno – che fugge non solo dalle guerre, come può essere quella in Siria, ma anche dalle persecuzioni. Mi riferisco alle violenze, alle violazioni di diritti umani che non sono così eclatanti come le bombe che scoppiano, ma che producono morte, producono violenze per queste persone. Quindi noi dovremmo incominciare, più che ad alzare muri, a parlare di diritti. L’Europa, il mondo occidentale, in questo momento di massicci afflussi non può esimersi dal porsi il problema del perché questa gente parta e limitarsi a trovare una soluzione veloce con la chiusura delle frontiere. Soprattutto con la Libia. 
La maggior parte delle violenze che questa gente subisce, le subisce in Libia! Gli uomini vengono incarcerati, le donne raccontano, tutte, di essere state violentate in Libia. E come si fa – io mi chiedo – a fare un accordo con la Libia? Quindi, occorre aprire canali umanitari immediatamente e poi gli accordi – a mio modo di vedere – dovrebbero farsi con i Paesi interessati da cui partono queste persone, cercando di intervenire per eliminare i conflitti, migliorando le condizioni di vita di queste persone nei loro Paesi, intervenendo sulla tutela dei diritti nei loro Paesi.

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