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sabato 12 dicembre 2015

Nord Corea: fame e torture nei racconti dei rifugiati al Consiglio di Sicurezza Onu - L’appello per fermare gli orrori di Grace Jo e Jung Gwang Il

La Stampa
«Stavo morendo di fame. Mia nonna era disperata, perché non sapeva come aiutarmi. Sotto una pietra nel campagna davanti a casa trovò sei topi appena nati, li bollì, e me li diede da mangiare. Così mi salvai».
Grace Jo e Jung Gwang Il
E’ uno dei racconti della sua terribile vita, che Grace Jo ha fatto ai giornalisti, prima di testimoniare giovedì davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Grace, fuggita dal suo paese nel 2008, è comparsa insieme a Jung Gwang Il, scappato dal campo di prigionia politico di Yoduk, per far conoscere al massimo organismo del Palazzo di Vetro le condizioni di vita in Corea del Nord.

«Sono nata nel 1991 - ha raccontato Grace - e avevo sei fratelli e sorelle. Sono tutti morti di fame, tranne due e mia madre. Mangiavamo solo erba, topi e cavallette. Mio padre è morto di stenti, mentre veniva trasferito da un campo di prigionia all’altro, dove era stato condannato per essere andato in Cina in cerca di cibo. Mia nonna invece è morta per un’infezione: si era tagliata la testa con un ramo mentre raccoglieva erba, le era venuta un’infezione, ma non avevamo alcuna medicina per curarla». 

Per salvare quello che restava della sua famiglia, la madre aveva cercato di scappare in Cina, ma erano stati catturati e rimandati indietro. Grace era stata costretta ad entrare in un orfanotrofio, dove lavorava dalle 6 della mattina alle 7 della sera. «Nel 2008 finalmente siamo riusciti a fuggire, arrivando negli Stati Uniti come rifugiati».

Jung Gwang Il invece aveva prestato servizio nell’esercito per un decennio, e nel Partito, prima di diventare un imprenditore. Era stato arrestato per il reato di aver concluso affari direttamente con la Corea del Sud. Per spingerlo a confessare, lo avevano sottoposto alla “tortura del piccione”. «Ti legano le mani dietro la schiena, e ti sollevano in modo che tu non possa né sedere, né stare in piedi toccando il pavimento». Dopo giorni di tortura Jung aveva confessato, ed era stato condannato alla prigione nel campo di lavoro Kwan-li-so numero 15, noto anche come Yoduk. «Eravamo costretti a lavorare dalle 4 del mattino fino alle 8 di sera». Jung ha raccontato di aver visto morire di stenti almeno 26 compagni di detenzione, nell’arco di tre anni. Poi è riuscito a scappare in Corea del Sud e salvarsi.

Entrambi hanno detto che l’unica maniera per fermare questi orrori è spingere la Cina a non sostenere più la Corea del Nord, e favorire la riunificazione fra i due paesi.
Paolo Mastrolilli
Inviato a New York

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