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lunedì 16 novembre 2015

Marco Impagliazzo - La lezione del Papa sulla violenza, una bestemmia usarla in nome di Dio

Huffigton Post
Marco Impagliazzo - Presidente della Comunità di Sant'Egidio

"Giustificare questa violenza in nome di Dio è una bestemmia!". Papa Francesco va dritto al punto delle discussioni sorte in queste ore per togliere qualsiasi tipo di motivazione religiosa al terrorismo. A quello che ha sconvolto Parigi e tutti noi, ma anche ad ogni atto violento: "La strada dell'odio e della violenza non risolve i problemi dell'umanità!". La bestemmia, per Francesco, è quella di chi vorrebbe dimostrare che la salvezza dell'umanità passa attraverso la distruzione dell'uomo. Per il Papa non c'è opposizione più grande a questa idea, perché si fa interprete di un pensiero cresciuto da anni in tanti credenti di diverse religioni e mostrato da Giovanni Paolo II ad Assisi nel 1986, ma ancora abissalmente lontano da tante menti che credono alla guerra santa.

Non c'è guerra santa, ma "solo la pace è santa". È questo il cuore delle religioni. Quelli di Parigi sono quindi eventi fuori misura. Per la religione e per l'umanità. L'unica spiegazione sta nella forza nichilista dell'odio e della violenza, che mette a dura prova la forza morale delle nostre società. Occorre riconoscere che, di fronte agli attacchi terroristici che hanno sconvolto Parigi, nessuno in queste ore ha una ricetta in tasca, un'iniziativa che può considerarsi vincente. Prevale, anche se per lo più inconfessato, un diffuso sentimento di impotenza. È esattamente ciò che vuole il terrore. Occorre, al contrario, reagire. Ma come? Se siamo in guerra, si dice, l'unica soluzione è affidare tutto alle armi: violenza contro violenza. Sembra logico, ma è troppo semplice per un problema così complesso.

È giusto proteggere le nostre città, fare di tutto perché siano sicure. Fare la guerra però è un'altra cosa. Anche perché oggi non sappiamo esattamente contro chi dobbiamo farla. Certo, contro i terroristi, ma - verrebbe da dire - forse anche contro noi stessi, giacché una parte consistente di chi attacca e uccide cittadini inermi viene dalle nostre città europee, dalle periferie di Londra, Bruxelles o Parigi, da quelle che dieci anni fa erano le banlieues in fiamme e oggi restano quartieri-mostro in cui si nasconde un micidiale sentimento di rivalsa, frutto di una mancata integrazione, pronto ad esplodere, spontaneamente o su commissione. Tanti dicono che non si è voluto vedere, che "dovevamo fare la guerra prima". È una risposta superficiale e istintiva: soprattutto occorre una politica e prima ancora la cultura per capire cosa accade in Medio Oriente. Diciamoci la verità: pochissimi si sono preoccupati di trovare soluzioni per ciò che accadeva vicino a noi, appunto, nelle nostre periferie. Ancor meno hanno riflettuto sul Medio Oriente e sull'Africa dei conflitti, divenuti anch'essi vicini per l'arrivo di migliaia di profughi in cerca di salvezza.

Oggi il tentativo dei terroristi, oltre provocare morti e feriti, è quello di gettare scompiglio e confusione nelle nostre società. Ci lasceremo demolire dalle aggressioni? Lasceremo che i nostri valori di libertà e di solidarietà, seppure fortemente colpiti, siano distrutti? In queste ore ci confrontiamo con la capacità non solo di evitare gli incidenti ma anche di affrontarli. Come affrontare un incidente che non si è riusciti a evitare? Con il rifiuto di cedere alla trappola dell'odio e della vendetta, con il rafforzamento della coesione sociale e della convivenza pacifica che i terroristi cercano di perturbare e distruggere, resistendo e prendendo coscienza che la libertà dell'uomo ha risorse insospettabili. La risposta passa nel mettere insieme tutte le forze che ripudiano il terrore e credono sia possibile vivere insieme dissociando assolutamente il proprio credo, politico o religioso, e la propria appartenenza nazionale o etnica, da ogni forma di violenza.

Ci sono tali forze, anche se a volte nascoste. Sono tante e possono, anzi, devono fare argine al terrorismo. Tra di loro molti sono credenti, di diverse religioni: facciano sentire la loro voce nel modo più forte possibile. Sono la grande maggioranza, anche se fanno fatica ad emergere, stretti come sono, da crescenti radicalismi autoritari. Aiutiamoli, tutti noi, a prevalere su chi, all'interno della propria stessa confessione, pensa che l'unica soluzione sia lo scontro. Solo così si potrà giungere ad una pace vera: se è necessario disarmare le mani, occorre al tempo stesso lavorare per disarmare i cuori. Non è utopia, ma sano realismo umanista. Basta pensare ai disastri che hanno accompagnato tante, recenti, guerre fatte in Medio Oriente. Ora, che la paura è grande, non cediamo alla tentazione di chiuderci nei nostri recinti, ma promuoviamo incontri, alleanze fra cristiani, ebrei, musulmani, fra tutti coloro che amano la pace. Partiamo dall'Italia, dove - lo crediamo - le istituzioni possono collaborare con le religioni e la società civile per prendere iniziative forti e convincenti, in nome di un'Europa che non si rassegna alla violenza.

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