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giovedì 12 novembre 2015

Cina - La tortura resta una pratica diffusa

MISNA
Pratiche di tortura medievali il cui uso viene giustificato per estorcere confessioni o come strumenti di coercizione contro oppositori politici, attivisti sociali, legali e testimoni sono ancora diffusi nel sistema legale cinese.
Strumenti di tortura
La denuncia di Amnesty International è contenuta in un rapporto (No End in Sight: Torture and Forced Confessions in China), basato su interviste a una quarantina di legali impegnati per la difesa dei diritti umani e offre una visione terrificante delle sofferenze inflitte ai detenuti sotto custodia giudiziaria.

Non casi isolati ma, come sottolinea l'autore del rapporto Patrick Poon, una realtà diffusa “in ogni angolo del paese”. Vittime soprattutto avvocati e attivisti, funzionari del Partito comunista accusati di corruzione e adepti della setta Falungong da tempo dichirata illegale.
Una situazione che elude gli interventi ufficiali degli scorsi anni, tra cui l'impegno governativo a “applicare misure preventive e investigative per prevenire l'estorsione di confessioni con la tortura e raccoliere prove con metoddi illegali”. Allo studio è anche la possibilità di riprendere con viedocamere gli interrogatori, ma queste iniziative, come altre, non sono riuscite a chiudere con metodi radicati e utili anche per l'effetto deterrente che hanno.

Oltre ai maltrattamenti fisici, facimente rilevabili e perseguibili, la categoria di “tortura mentale” non rientra tra quelle proibite e in ogni caso è facilitata dallo scarso controllo dell'attività di inquirenti e magistrati.

Ancor più in una situazione in cui la repressione contro chi metterebbe a rischio la supremazia del partito e dei suoi leader sul paese è stata incentivato sotto la presidenza di Xi Jinping, avviata nel 2012, con una ostilità conclamata verso gli attivisti per i diritti umani e chi prende a carico la tutela legale di dissidenti, ma anche verso semplici cittadini che regiscono a abusi da parte di funzionari.

[CO]

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