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domenica 9 agosto 2015

USA: il voto della donna giurato che cancella la pena di morte per James Holmes

La Repubblica
Un solo giurato contro gli altri undici, nel tribunale del Colorado che doveva decidere sulla vita o la morte di James Holmes. Una donna ostinatamente contraria al patibolo nella sua resistenza isolata contro tutti, ha salvato dal patibolo l'assassino che fece strage di dodici innocenti in un cinema. E ha detto al resto dell'America, e del mondo, che nella terra della forca, del plotone di esecuzione, delle camere a gas, della sedia elettrica, delle iniezioni letali è cominciata finalmente la lenta agonia della pena di morte.
Se mai era esistito un colpevole esemplare e certo, degno di percorrere l'ultimo miglio verso la "camera della morte", questo era James Holmes, il ragazzo con i riccioli rossi e ancora lo sguardo sgranato del bambino, che a 24 anni entrò nel cinema di Aurora, in Colorado, dove proiettavano "Il Cavaliere Oscuro", abbatté dodici spettatori tra i quali un bambino di sei anni, ne ferì settanta.

Non c'erano dubbi, incertezza di indizi, difese possibili, ipotesi di errori giudiziari per un uomo cosciente di sé, che aveva diligentemente pianificato la strage, che aveva al proprio attivo una laurea in neurobiologia e che i difensori non hanno voluto alla sbarra dei testimoni in aula, sapendo che nulla avrebbe potuto alleggerire la sua colpevolezza. In base alla legge del Colorado, James Holmes era il perfetto candidato al supplizio capitale.

Ma in Colorado c'è, da alcuni anni, il pertugio morale e giuridico dal quale il "walking dead", il morto che cammina può passare per sfuggire all'esecuzione: esiste l'alternativa di una condanna all'ergastolo senza possibilità di scarcerazione futura "sulla parola", dunque di una condanna alla morte quotidiana, allo sgocciolio di una fine che il colpevole consumerà giorno dopo giorno, per i cinquanta o sessant'anni di vita che un uomo di 27 anni come Holmes può attendersi, se non deciderà di auto-giustiziarsi prima. E da quando la legislazione di 31 Stati americani che hanno introdotto l'alternativa del carcere a vita, il numero di condanne a morte decise - come vuole la legge - all'unanimità dalle giurie popolari ha cominciato a scendere.

Il lungo, e ancora molto lungo, addio al boia è riconoscibile nelle cifre che non mentono. Diciannove condannati sono stati messi a morte in questo 2015, la grande parte in Texas e in Virginia, e altri quattordici sono in lista d'attesa entro dicembre. Ma se anche il totale per l'anno in corso raggiungesse il numero di trentatré, sarebbe nettamente inferiore ai novantotto ammazzati nel 2000 e il totale più basso dal 1990. Sempre nuovi Stati si aggiungono alla lista della abrogazione - ultimo il pur conservatore Nebraska, in maggio - e anche nei trentuno dove la "camera della morte" è ancora aperta, meno della metà l'hanno fatta funzionare negli ultimi cinque anni. I sondaggi indicano che soltanto una maggioranza di adulti anziani, maschi e femmine, resta fervidamente favorevole al boia, ma il sostegno crolla fra gli "Under 30", la classe dirigente di domani.

Come sa chi da troppi decenni, a volte anche troppo da vicino come fu per chi scrive nella straziante esecuzione di Joseph O'Dell in Virginia nonostante l'intervento personale di Giovanni Paolo II, l'agonia della pena di morte negli Usa è stata, e sarà, non un'epifania, una rivolta radicale e improvvisa contro la barbarie del patibolo che accomuna gli americani a cinesi, iraniani o sauditi, ma un processo graduale di riconoscimento dell'oscenità morale, e della inutilità pratica, dell'omicidio di Stato.

Il mito della "deterrenza", del pensiero della pena che dovrebbe frenare le pulsioni omicide dei criminali, non regge all'analisi dei fatti: gli omicidi di primo grado, quelli passibili di esecuzione, sono diminuiti in questo millennio proprio mentre diminuivano le sentenze capitali e le esecuzioni. Una conferma che crimini estremi e pena sono variabili indipendenti gli uni dall'altra. Nessun criminale assassino pensa al rischio della pena mentre si prepara a commettere il proprio reato. La "deterrenza" frena chi non ha intenzione di commettere il reato.

Anche la lugubre ricerca di un metodo "umano" per uccidere è fallita. L'iniezione letale, in realtà tre flebo di curaro, pentothal e barbiturici pompate da incompetenti guardie carcerarie costrette a improvvisarsi paramedici per il rifiuto dei professionisti della Sanità a partecipare al rito di morte, ha prodotto ormai ben documentati casi di sofferenze atroci, nascoste dalla paralisi muscolare, agonie durate oltre un quarto d'ora, improvvisi risvegli per errori nel dosaggio. Gli elementi che compongono il cocktail mortale scarseggiano.

L'Europa non li esporta. Le case americane non li dosano. La miscela è affidata a farmacisti locali, che preparano la pozione nel retrobottega. E un numero crescente di guardie carcerarie rifiutano di premere i pulsanti per non sentirsi, disse una di loro, "assassini". L'Oklahoma ha reintrodotto la fucilazione. Vecchio e collaudato sistema, preferibile all'oscenità del lezzo di carne umana arrostita, che emanava la sedia elettrica o al rituale del gas sprigionato sotto la sedia del condannato per soffocarlo.

Ancora nessuno fra i candidati repubblicani alla Casa Bianca ha osato sollevare l'argomento, neppure i più estremisti o funambolici come "The Donald", come Donald Trump, perché il patibolo scotta, non produce voti né finanziamenti, non sembra più la soluzione finale alla domanda di sicurezza e di giustizia che sempre si alza da ogni elettorato, ma soltanto una vergognosa scorciatoia per omicidi di innocenti, come quei 144 messi a morte dal 1976 a oggi e risultati poi certamente estranei. L'ergastolo duro, senza speranza di libertà, ha offerto al comprensibile bisogno di punizione, di giustizia o di vendetta sociale un'alternativa che appare più umana. Soprattutto a chi deve firmare la sentenza, come quella donna sola che non ha voluto vivere con il pensiero di avere, anche lei, ucciso.

di Vittorio Zucconi

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