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sabato 1 agosto 2015

Roma, diritti negati ai rifugiati. Il Viminale alla Questura: “Riconoscere le residenze”

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Da circa un anno l'ufficio immigrazione della Questura di Roma nega sistematicamente le residenze anagrafiche a chi ha un permesso di soggiorno per motivi umanitari o per la protezione internazionale, al momento del rinnovo di questo. Non si tratta di qualche caso isolato, ma di migliaia di dinieghi applicati in maniera sistematica. 

Ma cosa s'intende per "residenza anagrafica"? Dato che la residenza in un dato comune da diritto all'accesso ai servizi socio sanitari, che devono essere garantiti a chiunque dimori sul territorio nazionale come sancito dalla Costituzione, è prassi che anche chi viva in condizione di estrema precarietà, sia iscritto all'anagrafe nazionale indicando come residenza dei luoghi deputati, anche se non vi dimora abitualmente. Parliamo ad esempio di chi si trova senza fissa dimora, a cui i servizi sociali fissano spesso e volentieri la residenza negli uffici municipali. Nel caso dei rifugiati si tratta di luoghi come il Centro Astalli (gestito dai gesuiti) o altre strutture che si occupano di accoglienza e assistenza, laiche o cristiane, come la Comunità di Sant'Egidio o la Casa dei Diritti Sociali.

Se ciò era accaduto anche in passato, il fenomeno, secondo le associazioni che si occupano della tutela dei rifugiati, ora ha assunto un carattere di sistematicità mai visto finora, soprattutto nella Capitale ma anche in altre grandi città. Una pratica che è stata condannata anche da una circolare del Ministero dell'Interno datata allo scorso 18 maggio, che chiarisce in maniera inequivocabile cosa dovrebbe fare l'ufficio immigrazione:
Nella prassi emerge, però, che un rilevante numero di cittadini stranieri, anche riconosciuti titolari di protezione internazionale, pur avendo stabilito in un certo territorio comunale il luogo di propria dimora abituale, si trovi a non avere una sistemazione alloggiativa certa, ed invero viva in alloggi di fortuna o addirittura per strada. In tale circostanza l'iscrizione anagrafica può, comunque, avvenire attraverso la registrazione della persona senza fissa dimora nel relativo Registro nazionale, gestito presso ogni comune. In tali casi, infatti, il presupposto oggettivo per l'iscrizione è il domicilio nel territorio del comune, inteso in senso ampio come "luogo in cui la persona .. concentra la generalità dei propri interessi .. " (Cass. Civ. 20 luglio 1999, n. 775). L'art. 2, comma 3 della legge anagrafica n. 1228/54, modificato dalla L. n. 94/2009, prevede che "la persona che non ha fissa dimora si considera residente nel comune dove ha stabilito il proprio domicilio .. ". Il diritto alla residenza viene, infatti, preservato nonostante la precarietà della condizione di vita della persona, essendo un diritto soggettivo.
Ma, nonostante la circolare proveniente dal Viminale parli chiaro, nulla è cambiato nell'atteggiamento della Questura di Roma che, nonostante stia contravvenendo ad un'indicazione ministeriale, continua ad ostacolare i rinnovi del permesso di soggiorno a chi possiede una residenza anagrafica. Una spiegazione di questo comportamento ce la da Salvatore Fachile, avvocato dell'Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione): "Stiamo parlando di numeri altissimi, migliaia di persone, che vedono negati i loro diritti. I dirigenti dell'ufficio immigrazione se ne infischiano perché dicono che la circolare non è stata sottoscritta anche dal dipartimento per la Pubblica Sicurezza da cui loro dipendo direttamente. A nostro avviso si tratto solo di un escamotage che ha un solo obiettivo: allontanare i migranti dai grandi centri urbani, spingerli a comprare una residenza, magari a 500 euro, al mercato nero, ma allontanarli anche solo nominalmente dalle grandi città".

"All'ufficio immigrazione – spiega ancora Fachile – sanno perfettamente che le cause intentate contro la loro decisione di diniego le perderanno, come sta già accadendo. Ma intanto passa un anno, un anno e mezzo prima della fine dell'iter giuridico e i termini per il rinnovo del permesso scadono. Inoltre la maggior parte delle migliaia di migranti coinvolti nel fenomeno, o non ha la possibilità o neanche sa che potrebbe contestare la decisione dell'Ufficio Immigrazione, così le cause perse sono comunque una piccola parte rispetto ai dinieghi e la Corte dei Conti non contesta nulla alla Questura".

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