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domenica 2 agosto 2015

L’emergenza profughi in Sud Sudan e l’esempio virtuoso dell’Uganda (che li accoglie)

Corriere della Sera
Kampala - Credeva di essere al sicuro, isolato com’era nel suo piccolo villaggio nello Stato di Jonglei. E invece si sbagliava perché, una mattina dello scorso settembre, i combattenti hanno bussato alla sua porta. Nel tentativo di rubargli del bestiame, gli hanno sparato a un piede. Ci sono voluti tre giorni per raggiungere il più vicino ospedale e adesso non potrà mai più camminare senza stampelle.


È la storia di John Aleu, uno dei 150 mila sud sudanesi fuggiti in Uganda dall’inizio dei combattimenti nel 2013. Un Paese, quest’ultimo, dove le politiche di accoglienza ci sono, e funzionano: una volta registrati, i nuovi arrivati ricevono un appezzamento di terreno, cibo, mezzi per costruire una casa. Scuole e centri sanitari sono nelle vicinanze e non mancano progetti mirati a trovare un lavoro.

Niente piu’ divisioni etniche
«I rifugiati hanno tutti i diritti di ogni essere umano, a prescindere dal loro status», sostiene Tito Jogo, funzionario del governo ugandese. «è tutto a loro disposizione, a patto che abbandonino i rancori di tipo etnico che dividono i dinka, il gruppo più numeroso in Sud Sudan, e i nuer, il secondo gruppo del Paese». Uno sforzo necessario, dato che il governo ugandese non ha la capacità logistica per dividere le persone in diversi siti su base etnica. «Finora i risultati sono stati positivi», sostiene Jogo.

Verso una nuova vita
Un esempio di integrazione è quello del sito di Alere, nella zona di Adjumani, dove convivono oltre una dozzina di tribù sud sudanesi. Qui abita Peter Mamer Ayom, di recente nominato responsabile della comunità e mediatore di eventuali contenziosi interni.

Così, stemperate le tensioni, i rifugiati hanno cominciato a costruirsi una nuova vita. Intanto, in Sud Sudan i combattimenti continuano e sempre più profughi sono diretti verso il confine. Il governo ugandese si è già dichiarato pronto ad accogliere chiunque abbia bisogno.

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