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lunedì 13 luglio 2015

Thailandia - Condannato il respingimento di Uighuri verso la repressione in Cina

MISNA
Forte la pressione internazionale sul governo militare di Bangkok nel fine settimana dopo l'espulsione verso la Cina di un centinaio di Uighuri che potrebbero andare incontro a severe sanzioni e anche a condanne per attività indipendentiste o terrorismo secondo le leggi cinesi.

Cina scontri tra Uighuri e polizia in Cina
Se la comunità internazionale ha infatti accolto con favore la precedente partenza verso l'asilo turco di 147 Uighuri, donne e bambini in maggioranza, l'imbarco l'8 luglio su un aereo cinese di 85 uomini e 24 donne, e in parte membri di famiglie separate d'autorità in Thailandia, che hanno viaggiato incappucciati dalla città meridionale thailandese di Songkhla, accompagnati da un ingente forza di polizia e mostrati dalla tv cinese costretti a sbarcare dall'aereo all'arrivo in una località ignota, non è caduto nel vuoto e la reazione è stata dura e diffusa. 

Pressoché unanimemente negativa da parte delle diplomazie, dell'Onu e delle organizzazioni per i diritti umani e umanitarie, con un unico tentativo di giustificazione del comportamento di Bangkok da parte cinese.

Pechino ha infatti indicato la sua riconoscenza verso il rimpatrio di elementi che considera pericolosi per la propria sicurezza ma che indica anche come parte di una diaspora di potenziali combattenti uighuri dalla provincia dello Xinjiang verso le regioni in mano all'Isis, con transito in Turchia. Uno scenario che viene considerato improbabile, certamente assai meno di quello documentato di repressione delle istanze autonomiste, delle tradizioni culturali e religiose degli Uighuri musulmani.

Per molti, anche all'interno per quanto consentito dalla censura, un segnale non solo di incertezza della diplomazia thailandese, che deve rispondere insieme alle decisioni del regime militare, ai tentennamenti di un governo formalmente civile ma sotto controllo delle forze armate, di un contesto internazionale che chiede con sempre maggiore decisione a Bangkok di rispettare non solo le proprie leggi ma anche trattati e convenzioni internazionali su un numero crescente di questioni.

Evidenzia anche i crescenti rapporti con la Repubblica popolare cinese, per nulla critica della situazione thailandese dopo il secondo colpo di stato in nove anni, il 22 maggio 2014, e con una restaurazione in corso a favore delle élite tradizionale e di gruppi di potere economico, entrambi tutelati dai militari, che rischiano di negare al paese evoluzione democratica, economica e culturale.

Il confronto – che ha incluso pesanti apprezzamenti rivolti agli Uighuri dal capo del governo, inaccettabili sul piano umanitario e diplomatico – con i boat-people di etnia Rohingya in fuga dal Myanmar protagonisti di un recente crisi umanitaria che ha coinvolto anche la Thailandia, va considerato su piani diversi. Lo stesso piano quanto a urgenza di assistenza e trattamento in vista di una ricollocazione. Diverso, perché assai più dannoso per l'immagine del paese, quello dell'espulsione. considerando che gli Uighuri usano il Paese del sorriso solo come area di transito in viaggio verso la Turchia.

Ankara ha un programma di accoglienza e ospita – come peraltro diversi paesi occidentali – comunità di esuli uighuri. Il respingimento verso la Cina, immotivato sul piano delle necessità interne, sembra andare in una sola direzione: quella di aderire a pressioni cinesi in cambio di accordi commerciali, investimenti e appoggio sul piano diplomatico in una situazione di crescente isolamento.

[CO]

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