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domenica 12 luglio 2015

Papa Francesco nel carcere più violento della Bolivia: "Davanti a voi c'è un uomo perdonato dai suoi molti peccati ... "

Vatican Insider
Francesco ha visitato l'istituto di detenzione di Palmasola, il più pericoloso dell'America Latina. È autogestito e vi entrano liberamente le famiglie dei detenuti ma anche le prostitute, droga e armi

«Davanti a voi c'è un uomo perdonato dai suoi molti peccati...». Papa Francesco entra nel carcere più pericoloso dell'America Latina, nel settore PS 4, dove i detenuti convivono con le loro famiglie. In migliaia l'accolgono, con canti e palloncini bianchi e gialli. Bergoglio ascolta le testimonianze di tre carcerati. Una di loro, Anna Lia Parada, si commuove chiedendo al Papa di «intercedere per noi, per i nostri diritti», dopo aver raccontato la realtà delle centinaia di detenute, molte delle quali incinte, e molte altre malate. «Ammettiamo le nostre colpe per i delitti commessi, ma come donne subiamo l'abuso di potere, imploriamo nel tuo nome giustizia! Che tu sia il nostro intermediario perché si compia in Bolivia un indulto per le donne incinte e per le donne che devono scontare 30 anni e hanno già scontato un terzo della pena».

È considerato uno dei peggiori carceri dell'America Latina ma rappresenta anche un caso unico: qui a Palmasola i detenuti - 5500 detenuti, tra cui 2 italiani - dal 1989 si auto-gestiscono. La prigione si è trasformata in una città: i familiari possono entrare e uscire, ma entrano ed escono anche armi e droga. Francesco conclude il suo viaggio in Bolivia con quest'ultimo appuntamento pubblico, per manifestare la sua vicinanza ai carcerati.

«Non potevo lasciare la Bolivia senza venire a trovarvi, senza condividere la fede e la speranza che nascono dall'amore offerto sulla croce. Grazie per avermi accolto».

«Chi c’è davanti a voi? Potreste domandarvi. Vorrei rispondere alla domanda con una certezza della mia vita, con una certezza che mi ha segnato per sempre. Quello che sta davanti a voi è un uomo perdonato. Un uomo che è stato ed è salvato dai suoi molti peccati. Ed è così che mi presento. Non ho molto da darvi o offrirvi, ma quello che ho e quello che amo, sì, voglio darvelo, voglio condividerlo: Gesù Cristo, la misericordia del Padre».

«Egli è venuto a mostrarci, a rendere visibile l’amore che Dio ha per noi. Per voi, per me. Un amore attivo, reale. Un amore che ha preso sul serio la realtà dei suoi. Un amore che guarisce, perdona, rialza, cura. Un amore che si avvicina e restituisce dignità. Una dignità che possiamo perdere in molti modi e forme. Ma Gesù è un ostinato in questo: ha dato la vita per questo, per restituirci l’identità perduta».

Francesco ha quindi ricordato l'esperienza di Pietro e Paolo che «sono stati anche prigionieri. Sono stati anche privati della libertà. In quella circostanza, c’è stato qualcosa che li ha sostenuti, qualcosa che non li ha lasciati cadere nella disperazione, nell’oscurità che può scaturire dal non senso. È stata la preghiera. Personale e comunitaria. Loro hanno pregato e per loro pregavano. Due movimenti, due azioni che insieme formano una rete che sostiene la vita e la speranza. Ci preserva dalla disperazione e ci stimola a continuare a camminare. Una rete che sostiene la vita, la vostra e quella dei vostri familiari».

«Quando Gesù entra nella vita - ha aggiunto il Papa - uno non resta imprigionato nel suo passato, ma inizia a guardare il presente in un altro modo, con un’altra speranza. Uno inizia a guardare se stesso, la propria realtà con occhi diversi. Non resta ancorato in quello che è successo, ma è in grado di piangere e lì trovare la forza di ricominciare».

«E se in qualche momento ci sentiamo tristi, male, abbattuti, vi invito a guardare il volto di Gesù crocifisso. Nel suo sguardo tutti possiamo trovare posto. Tutti possiamo affidare a Lui le nostre ferite, i nostri dolori, anche i nostri peccati. Nelle sue piaghe, trovano posto le nostre piaghe. Per essere curate, lavate, trasformate, risuscitate. Egli è morto per voi, per me, per darci la mano e sollevarci. Parlate, con i sacerdoti che vengono, parlate... Gesù vuole risollevarci sempre».

Una certezza che «ci spinge a lavorare per la nostra dignità. La reclusione non è lo stesso di esclusione, perché la reclusione è parte di un processo di reinserimento nella società. Sono molti gli elementi che giocano contro di voi in questo posto – lo so bene -: il sovraffollamento, la lentezza della giustizia, la mancanza di terapie occupazionali e di politiche riabilitative, la violenza… E ciò rende necessaria una rapida ed efficace alleanza fra le istituzioni per trovare risposte. Tuttavia, mentre si lotta per questo, non possiamo dare tutto per perso. Ci sono cose che possiamo già fare ora».
Francesco ha detto che qui a Palmasola, nel Centro di Riabilitazione, «la convivenza dipende in parte da voi. La sofferenza e la privazione possono rendere il nostro cuore egoista e dar luogo a conflitti, ma abbiamo anche la capacità di trasformarle in occasione di autentica fraternità. Aiutatevi tra di voi. Parlate tra di voi. Non abbiate paura di aiutarvi fra di voi. Il diavolo cerca la rivalità, la divisione, le fazioni. Lottate per andare avanti».

«Mi piacerebbe chiedervi - ha detto Bergoglio - di portare i miei saluti ai vostri familiari. È tanto importante la loro presenza e il loro aiuto! I nonni, il padre, la madre, i fratelli, la moglie, i figli. Ci ricordano che vale la pena vivere e lottare per un mondo migliore».

Il Papa ha concluso con «una parola di incoraggiamento a tutti coloro che lavorano in questo Centro: ai dirigenti, agli agenti della Polizia penitenziaria, a tutto il personale. Fate un servizio pubblico fondamentale. Avete un compito importante in questo processo di reinserimento. Il compito di rialzare e non di abbassare; di dare dignità e non di umiliare; di incoraggiare e non di affliggere. Un processo che chiede di abbandonare una logica di buoni e cattivi per passare a una logica centrata sull’aiutare la persona. Creerà condizioni migliori per tutti. Poiché un processo vissuto così ci nobilita, ci incoraggia e ci rialza tutti. Per favore, vi chiedo di continuare a pregare per me, perché ho anch’io i miei errori e devo fare penitenza. Grazie».

Andrea Tornielli


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