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giovedì 23 luglio 2015

Italia - Immigrazione: investire sui migranti come risorsa per il nostro futuro

Corriere della Sera
Con la medesima lungimiranza con cui si è occupata della Grecia, l'Europa ritorna sul tema migranti. E su base volontaria - se qualcuno pensava fossimo un'Unione sovranazionale si era confuso - alcuni Paesi hanno graziosamente accettato di accogliere ben 32.000 dei quasi 200.000 profughi che si prevede sbarcheranno nel 2015.

D'altra parte, se fosse adagiata sul Mare del Nord anziché protesa nel Mediterraneo, anche l'Italia tenterebbe di allontanare l'amaro calice al grido di "ben altre sono le nostre priorità". Comportamento comprensibile ma sbagliato. L'Europa, fingendo di dimenticarsi che ci sono voluti tre secoli e qualche guerra per costruire un sistema di diritti, ha appoggiato - per interessi non confessabili - movimenti politici arabi cosiddetti "democratici".

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Il problema, dunque, è nostro e l'indifferenza dell'Unione non ferma gli arrivi: dobbiamo cavarcela da soli. In gioco c'è la struttura sociale del Paese e, come ha ricordato Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della sera del 24 giugno, la sua identità. Forse l'unico modo è provare a trasformare questa tragedia in un'opportunità. Non per buonismo o solidarietà cristiana, che pure di questi tempi non guasta.

Ma per sano e costruttivo interesse. La popolazione italiana non cresce: il saldo demografico - la differenza tra nati e morti - del 2014 è stato peggiore di quello del 1917, quando gli uomini erano al fronte. Negli ultimi cinque anni, ricorda il Centro Studi Impresa Lavoro, sono emigrati 555.000 italiani, oltre il 40% dei quali al di sotto dei 34 anni. Un Paese anziano non lavora, non si paga il welfare, non investe, consuma male.

Non ha futuro. Facciamo un grande investimento su questo futuro, allora. Proviamo a far diventare veri cittadini gli immigrati. Secondo alcuni calcoli, per dare una prospettiva a queste persone - insegnare loro l'italiano, cos'è la legge e come si vive in un Paese occidentale, provvedere ad un tetto ed a un'assistenza sanitaria - occorrono mediamente poco più di 30 mila euro a testa. Se li avessimo spesi per gli arrivi degli ultimi tre anni l'investimento sarebbe stato circa di 15 miliardi, per avere cinquecentomila italiani - ed europei - in più.

E avremmo dato un senso al sacrificio di risorse che impegniamo - con l'aiuto in mare e l'accoglienza a terra - in attività valorose ma, ahimè, sterili, perché manca un seguito all'altezza. Le obiezioni sono numerose. La prima: non ha senso. Ne siamo certi?

Negli Stati Uniti vi sono 84 milioni di immigrati, quattro dei quali "residenti irregolari" che generano duecento miliardi di dollari di reddito nazionale. Il 57% delle nuove imprese ed il 49% di quelle della Silicon Valley hanno tra i fondatori un immigrato. Non penso che laggiù arrivino solamente degli Enrico Fermi mentre da noi sbarchino tutti analfabeti: ci sono medici, tecnici, insegnanti, e se uno sopravvive ad un viaggio clandestino dal Bangladesh alla Libia, forse di intraprendenza e voglia di rischiare ne ha abbastanza.

Le sprechiamo, o scegliamo di far qualcosa per il suo futuro ed il nostro sviluppo? Seconda obiezione: non ci sono i soldi. Non dobbiamo pagare tutto noi. L'Europa ci lascia soli? Aiuti a finanziare un investimento del quale beneficerà la sicurezza complessiva dell'Unione. Esistono molti modi: innanzitutto scorporando il suo costo dai parametri di finanza pubblica previsti dal patto di Stabilità, aspetto fondamentale perché definisce un principio.

E poi, magari, ridenominando e rimettendo a disposizione i fondi europei per la coesione e lo sviluppo regionale non utilizzati; ovvero - più complesso, forse - lasciandoci trattenere una parte dell'Iva versata ogni anno al bilancio comunitario. Solamente la Gran Bretagna ha diritto a rinegoziare? Noi faremmo qualcosa per l'Europa, non per ridurre il suo ruolo. Terza critica: ci vorrebbero delle regole. Certo, "il pranzo non è gratis".

Costruiamo una "cittadinanza a tutele crescenti": l'investimento sugli immigrati, cui si potranno concedere via via più diritti, andrà di pari passo con la verifica del loro impegno nell'apprendere, trovare lavoro, rispettare le leggi, diventare italiani ed europei. Stimoliamo l'integrazione, non la multiculturalità. Purtroppo, il pranzo non può nemmeno essere per tutti. Una soglia andrà stabilita e a questo potrà servire l'annunciata - da tempo - apertura degli uffici italiani all'estero. L'impegno costante nel far rispettare questo numero con un rigore anche doloroso disincentiverà gli sbarchi indiscriminati.

Quarta rampogna: sono soldi buttati. No. Basta vedere l'indotto che la creazione di questi servizi porterebbe con sé. Un'ipotesi velleitaria? L'alternativa - abbandonate le fantasie di mandare i soldati o bombardare i barconi - è un'emergenza incontrollabile e pericolosa. Certo, ci vuole coraggio: ma forse è il modo per mostrare al mondo che le società liberali - e pure l'Europa, forse - non sono complicati ed inutili anacronismi da rottamare ma hanno ancora molto da dire e da insegnare a coloro che le danno per spacciate.

di Alessandro Pansa

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