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giovedì 16 luglio 2015

Iraq - Nome in codice: "padre coraggio" Così Abu Shujaa libera donne e bambini yazidi da Isis

Corriere della Sera
Grazie a una rete di informatori e di contatti è riuscito a salvare 270 prigionieri. «I più difficili da recuperare sono i bambini per il lavaggio del cervello che subiscono»

Per tutti gli yazidi lui è Abu Shujaa, “padre coraggio”. Quest’uomo, il cui vero nome non pubblichiamo per ragioni di sicurezza, prima dell’arrivo dei jihadisti era un commerciante. Poi «da quando i Daeiesh (gli uomini di Isis, ndr) hanno preso Sinjar, tutto è cambiato», racconta al telefono dall’Iraq al Corriere della Sera.

Lo stesso Abu Shujaa ha visto con i suoi occhi l’orrore della caduta di Sinjar, agli inizi dell’agosto dell’anno scorso, quando in pochi giorni oltre tremila yazidi vennero assassinati e cinque mila ridotti in schiavitù. Di fronte ai racconti, terribili, delle donne stuprate, torturate e uccise, Abu Shujaa ha deciso di non stare a guardare. Oggi, insieme a una squadra di informatori e contatti siriani, libera coloro che cadono nelle mani di Isis. Donne, bambini, la cui vita è finita nel momento in cui sono stati catturati, a tutti Abu cerca di dare una mano. Lavora per raccogliere informazioni anche per mesi per sapere dove sono finiti. Poi, una volta che li ha trovati, cerca di riportarli in vita. «In un anno abbiamo liberato 270 prigionieri», spiega. La sua ultima operazione di salvataggio è andata a buon fine pochi giorni fa.

Siete riusciti a liberare una ragazza. Come avete fatto?
«Abbiamo viaggiato da Raqqa fino al confine turco e poi siamo passati nel Kurdistan iracheno. Siamo riusciti a dribblare le maglie del controllo dei miliziani, sfruttando anche i loro punti deboli: avidità per i soldi e leggi della Sharia comprese. Ad esempio, sappiamo che secondo le loro regola, una donna non può essere perquisita da una uomo...».
Le donne che avete liberato erano state ridotte in schiavitù come riportano parecchie testimonianze raccolte?
«Sì, questi criminali hanno fatto della guerra un business; per loro le donne rappresentano un bottino e un mezzo per motivare i loro miliziani. Le testimonianze delle vittime sono tristi e piene di sofferenze, tutte ugualmente commoventi e dense di sofferenze causate da questi criminali. Intere famiglie sono state disgregate, le donne trasformate in schiave condotte con le catene al mercato e cedute a prezzi ridicoli, come se fossero degli animali. Molte ragazze hanno raccontato di violenze sessuali, di finti matrimoni forzati con i capi terroristi e altre costrette a subire atti carnali a ripetizione nello stesso giorno da più miliziani. Tutte storie che hanno lasciato ugualmente ferite in chi li ha subite e in noi che le abbiamo ascoltate. Questi animali si dicono musulmani, ma non hanno nulla a che fare con il vero Islam».
Sulla vostra pagina Facebook avete pubblicato anche le storie di bambini salvati.Confermate che i minori vengono utilizzati da Isis come bambini soldato, come riportano gli analisti e le testimonianze raccolte dalle Organizzazioni Non Governative?
«Sì, i bambini tra i 5 e i 10 anni vengono sottratti ai genitori e portati nelle scuole islamiche per imparare a memoria la recita del Corano; subiscono un vero e proprio lavaggio del cervello. Quelli tra i 10 e 15 anni invece finiscono al cosiddetto Istituto Al-Farouq a Raqqa (molti video di propaganda di Isis hanno mostrato questo campo, ndr), un ex scuola trasformata in campo di addestramento. Qui i ragazzini imparano l’uso delle armi e degli esplosivi. Li addestrano anche a preparare le trappole esplosive e a usare le cinture per gli attentati kamikaze.. Molti di questi giovani sono stati utilizzati nelle battaglie sia in Iraq che in Siria, in particolare contro i Peshmerqa curdi. Abbiamo salvato 7 di questi bambini-soldati e li abbiamo restituiti alle loro famiglie».

Siete riusciti anche a dare loro assistenza psicologica?
«È stato molto duro il lavoro per riportarli alla normalità, con il ricorso ad equipe mediche. Chi ha passato 10 mesi in quelle condizioni, è stato segnato da un’esperienza estrema di una brutale violenza che trasforma la personalità e l’equilibrio psicologico».
In che zone agite?
«Abbiamo operato in diverse località, principalmente in territorio siriano. A partire da Raqqa e i suoi dintorni, a Deir Azzour ed alla stessa Kobane, quando ancora era sotto il controllo di Isis. In alcuni casi abbiamo liberato delle donne quando erano ancora in territorio iracheno, prima di varcare il confine siriano» .

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