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domenica 15 febbraio 2015

Iran - Saman Naseem, torturato a 17 anni condannato a morte verrà impiccato giovedì - Appello Amnesty

Corriere della Sera
Saman Naseem, torturato per quasi 100 giorni quando era ancora minorenne, verrà impiccato il 19 febbraio in Iran. A meno che questo appello non contribuisca a salvarlo!


Saman Naseem 
Saman Naseem è stato arrestato il 17 luglio 2011, quando aveva 17 anni, dopo uno scontro a fuoco nella zona di Sardasht (provincia dell’Azerbaigian occidentale) tra le Guardie rivoluzionarie e il gruppo armato di opposizione denominato Partito per una vita libera del Kurdistan. Secondo gli atti del processo, in quell’occasione fu ucciso un membro delle Guardie rivoluzionarie e altri tre rimasero feriti.

Dopo l’arresto, Saman Naseem è stato trasferito in un centro di detenzione diretto dal ministero dell’Intelligence, dove è rimasto per oltre tre mesi senza poter contattare familiari e avvocati.

I parenti hanno appreso dell’arresto dalla tv di stato, che una sera ha mandato in onda la “confessione”: “Dichiaro di aver intrapreso azioni armate contro lo stato”.

La condanna a morte è arrivata nel gennaio 2012, per i reati di “atti ostili contro Dio” e “corruzione sulla terra”. Invano, durante il processo, Saman Naseem ha ritrattato la “confessione”, affermando di essersi limitato a sparare in aria e sempre invano, tra l’altro senza poter essere assistito da un avvocato, ha denunciato di essere stato torturato.

Nell’agosto 2012 la Corte suprema ha annullato la condanna a morte in quanto l’imputato all’epoca dei fatti era minorenne. Nuovo processo e nuova condanna a morte nell’aprile 2013, stavolta confermata dalla Corte suprema alla fine dello stesso anno.

Martedì 10 febbraio Saman Naseem è stato visitato da un medico nella prigione di Urmia, probabilmente per un ultimo check-up prima dell’esecuzione.

Dal carcere Saman Naseem ha fatto uscire una lettera, in cui descrive l’orrore patito in 97 giorni di reclusione in una cella di due metri per mezzo metro, sottoposto a costanti torture prima di firmare, con un dito inchiostrato, la “confessione”. Ecco alcuni stralci della lettera:

“Nei primi giorni, mi hanno torturato così duramente che non riuscivo a camminare. Avevo lividi su tutto il corpo. Mi hanno appeso per le mani e per i piedi per ore. Sono rimasto bendato per tutto il tempo, così non ho potuto riconoscere chi mi interrogava e chi mi torturava”.

“Continuavano a dirmi che avrebbero arrestato mio padre, mia madre e mio fratello; che mi avrebbero ucciso lì sul posto, seppellendomi sotto il cemento. Quando di notte chiedevo di dormire, iniziavano a fare rumore e a battere contro la porta della cella. Ero a metà tra la pazzia e l’incoscienza. Non ho mai avuto contatti con la mia famiglia per tutto quel periodo. Durante il processo, pure il presidente del tribunale mi ha minacciato di botte e i miei avvocati sono stati costretti ad abbandonare il caso”.

L’uso della pena di morte nei confronti dei minorenni al momento del reato è vietato in ogni circostanza dal diritto internazionale. Il codice penale iraniano, al contrario, la consente per determinati reati, tra cui quelli per cui è stato condannato Saman Naseem. L’articolo 91 del codice penale prevede, tuttavia, che la pena capitale sia esclusa per i rei minorenni che non comprendano la natura del crimine commesso o le sue conseguenze o la cui capacità d’intendere e di volere sia dubbia.

La stessa Corte suprema iraniana ha emesso, il 2 dicembre scorso, una “sentenza pilota” secondo la quale tutti i condannati a morte in attesa di esecuzione per reati commessi quando erano minorenni possono chiedere una revisione del caso.

Mancano pochi giorni all’appuntamento di Saman Naseem con la morte. Ma non tutto è perduto.

Riccardo Noury

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