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giovedì 19 febbraio 2015

Intervento alla Camera di Mario Marazziti: importante lettura della crisi in Libia e della minaccia dell'Isis

www.mariomarazziti.it





La Libia è vicina. Daesh, il cosiddetto Stato Islamico del Levante, entra nelle nostre case, sui nostri computer con l'orrore. Spaventa i nemici, attrae altri. Crea reazioni automatiche. E fa diventare tanti esperti dell'ultima ora e apprendisti stregoni. "Alle bombe si risponde con le bombe", "Al sangue con il sangue". riguarda anche le forze politiche. E' quello che vuole Daesh: " Bombardateci e tanti si uniranno a noi contro i crociati e i colonialisti ricchi che ci umiliano da secoli". Chi dice che l'ISIS e' l'Islam e che tutto l'Islam e' terrorismo regala un miliardo di persone a Daesh e dichiara una vittoria che non ha. 

Attrae in azioni di vendetta europei marginali, come a Parigi, europei arrabbiati, europei che scelgono una rivoluzione cupa e sanguinosa e diventano foreign fighters, mostrando anche una crisi delle nostre società. Ma l’orrore cresce, come il nostro dolore. Per i 21 cristiani copti, sgozzati in maniera rituale e ancestrale, per fare arrivare a tutto il mondo islamico questa dimostrazione di forza, capace di umiliare i signori occidentali, come i giornalisti, americani, francesi, giapponesi, i nemici traditori, nelle loro categorie, come i copti egiziani. E per fare arrivare a noi il messaggio del Mediterraneo che diventa rosso di sangue, quello dei crociati.
Preghiamo per i testimoni disarmati come mons. Martinelli, che rimane a Tripoli. Pane e Vangelo. Guarisce le ferite. Indica il futuro. 
Quei morti ci riguardano. Ma senza isteria. Quel dolore non può diventare paura. Grazie Ministro per quello che ha detto. La soluzione può essere solo politica. Anche se c'è' fretta, poco tempo.  E’ il tempo di una assunzione, forte, di responsabilità. Ha ben fatto il presidente Renzi a ricordare che in Libia “non c’è una invasione islamica”. E che ha frenato i profeti della guerra. 
Tanti commentatori parlano di guerra, di atti di forza. Gli stessi che l’hanno invocata contro Saddam, contro Assad, contro Gheddafi, tre regimi autoritari. E non hanno mai fatto autocritica. Ma ladistruzione e la frammentazione di quei tre stati ha liberato il mostro Daesh e il totalitarismo sanguinario che vuole oggi prendere l’egemonia nel mondo islamico.
La guerra è stata la debolezza degli ultimi venti anni. La prova muscolare invece di quella politica.
La rinuncia alla diplomazia hanno grandi responsabilità negative per come è il mondo oggi. La guerra senza una idea del dopo crea disastri. Il caos libico è figlio della guerra insana di quattro anni fa, in un paese che mai ha avuto lo stato e che era un arsenale, fondato sull’equilibrio tra le tribù. Quel vuoto ha destabilizzato dal Mali al Ciad alla Mauritania, ha fornito le armi per i massacri africani, e non solo.
Chi parla viene da un mondo che ha fatto di tutto per trovare alternative a quella politica sbagliata. Da decenni, da anni. Quando il movimento 5 stelle non c'era. Non accetto le generalizzazioni di chi mi ha preceduto. 
Noi non siamo pacifisti. Siamo pacificatori. 
Oggi la paura può far fare errori ancora più gravi.
Respingere gli immigrati li può regalare a Daesh, all’ISIS. I bombardamenti egiziani rischiano di compattare verso le bandiere nere dell’ISIS i gruppi e le tribù libiche che si sentono comunque sotto attacco di un paese confinante.
L’avanzata dell’ISIS è fatta di successi militari, con pochi uomini, di adesione di gruppi armati e tagliagole che acquistano dignità internazionale e mezzi, di tanti musulmani che preferiscono all’eliminazione la sottomissione e i vantaggi di sicurezza che arrivano, in mondi spappolati. Ed è fatta di una idea semplice, quella del Califfato, esportata con tecniche di comunicazione post-moderne.      
Dobbiamo dare una risposta forte. Non quella della paura o dell’ignoranza. La Libia non è solo due governi, molte tribù, divisioni religiose, gruppi armati, almeno tre zone diverse. Non c’è solo il governo di Tobruk o le armate del generale Aftar, che il Cairo considera alleati mentre gli altri entrano nel mucchio dei “terroristi”. E la Libia non è solo i Fratelli Musulmani, o il governo di Tripoli.
L’Italia, Bernardino Leon, lavorano nella prospettiva giusta, quella di costruire un embrione di legalità e di ricucitura delle tribù e dei diversi governi e gruppi libici. Ma non basta ancora. Ci vuole una risposta forte dell’Europa e dell’ONU. Abbiamo bisogno di un ruolo attivo, sinergico, con noi, di paesi amici come la Turchia, il Qatar, gli Emirati Arabi, l’Algeria, l’Egitto, la Tunisia: che hanno visioni divergenti sulle diverse componenti della società libica e sui diversi territori in cui è cresciuto Daesh-ISIS. Ma senza questo ogni guerra diventa quello che è: un demone. La violenza follia. E cibo per il progetto di stato totalitario e sanguinario delle bandiere nere. Ci vuole una grande iniziativa diplomatica dell’Europa e degli USA, abbiamo bisogno come partner dei grandi soggetti mondiali, la Russia per prima, mentre dobbiamo evitare che il Libano e la Giordania implodano, sotto il peso di due milioni di profughi siriani, come se in Italia fossero 15 o 20 milioni arrivati in tre anni.
Una responsabilità dell’Italia in prima linea perché vi sia una forte risposta europea e della comunità internazionale. Forte non vuole dire muscoli o guerra. Forte è la proposta avanzata da Andrea Riccardi e che spero possa diventare realtà di Romano Prodi come inviato speciale della comunità internazionale, accanto al lavoro prezioso di Bernardino Leon, per questo gigantesco lavoro diplomatico, che può avvalersi anche di chi, in questi mesi e anni ha creato canali di comunicazione con quella complessità. 
Mario Marazziti

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