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lunedì 24 aprile 2017

Cecenia, parlano i ragazzi sopravvissuti ai lager gay: siamo stati torturati

Globalist
La Cnn ha intervista alcuni ragazzi omosessuali riusciti a scappare ai campi di concentramento per gay in Cecenia. I ragazzi hanno raccontato quello che hanno dovuto subire da parte delle forze dell’ordine. I loro racconti sono molto simili a quello fatto da un altro ragazzo (qui per leggere la sua storia) riuscito a lasciare la Cecenia.


Uno dei ragazzi intervistati dalla Cnn ha ricordato: “La mia auto si è fermata in un checkpoint della polizia e mi hanno chiesto i documenti. Li hanno controllati e poi mi hanno detto: ‘Ti prendiamo0. Hanno iniziato a prendermi a pugni e a calci. Volevano i nomi dei miei amici gay. Mi hanno attaccato dei fili alle mani e dei ganci di metallo sulle braccia per l’elettroshock. Hanno attrezzature speciali, molto potenti. Quando ti danno la scossa, salti. Se la mia famiglia scoprisse che sono gay non sarebbe necessario l’intervento del governo, loro mi ucciderebbero”.


Di seguito il servizio andato in onda sulla Cnn che denuncia la terribile situazione che stanno vivendo gli omosessuali nel paese asiatico, fortemente conservatore e omofobo e dove è in corso una vera e propria campagna anti-gay.

Libri: profugo o migrante economico, l'artificio delle parole

AnsaMed
Curi, 'stratagemma inventato per lasciare mano libera a governi'
"Perché chi rischia di morire per fame non merita lo stesso trattamento di chi rischia di morire a seguito di bombardamenti?". A chiederselo è Umberto Curi, docente emerito di Storia della filosofia all'Università di Padova, introducendo la raccolta di saggi "Vergogna ed esclusione. L'Europa di fronte alla sfida dell'emigrazione" (Castelvecchi, pp. 192, euro 17,59).


Quasi una domanda retorica la sua, alla luce del buon senso e di un codice etico elementare, ma che assume un significato particolare di fronte alla distinzione "migranti economici" e "richiedenti asilo" dominante nel dibattito italiano ed europeo sull'immigrazione. Ormai una "verità apodittica" quel binomio, osserva, che 'salva' chi giunge in Europa se fugge da guerre e conflitti dandogli il titolo per chiedere protezione, ma condanna al rimpatrio forzato chiunque altro, in quanto considerato migrante 'irregolare' se non 'clandestino'.

E' una distinzione netta, quella tra migranti 'forzati' alla fuga e migranti 'economici' e dunque 'volontari', e che, scrive il curatore, "contraddice palesemente" anche "la Carta di Milano firmata dai Grandi della Terra e dai visitatori dell'Expo 2015 e presentata come documento di impegno collettivo sul diritto al cibo", "eredità immateriale" dell'Expo. Ed è anche smentita dai fatti, cioè dalla "combinazione di fattori diversi" che spinge ogni migrante a partire per un futuro migliore. Al tempo stesso, nemmeno la concessione dell'asilo è certa per chi ne abbia i requisiti, visto che i criteri variano da Stato a Stato: tanto che nel 2007 per esempio - esemplifica - lo status di rifugiato è stato ottenuto dall'82% dei richiedenti iracheni in Svezia e da nessun iracheno che lo chiedeva in Grecia.

A dispetto della sua "presunta oggettività", infine, il binomio richiedenti asilo-migranti economici serve in realtà a "distinguere i 'buoni' dai 'cattivi', ossia chi si è deciso di accogliere e chi no: "stratagemma inventato per lasciare mano libera ai governi degli stati europei", che possono così "trincerarsi dietro l'apparente neutralità di un criterio obiettivo". Il quale invece, sottolinea Curi, getta sul migrante 'economico' "lo stigma di essere considerato un abusivo e dunque un clandestino, poi un criminale e infine un terrorista".

Quando invece nulla giustificherebbe dal lavarsi le mani da "verità rimosse" relative all'ineguale distribuzione delle ricchezze a livello globale: ad esempio, "un bambino americano consuma l'equivalente di ciò che consumano 422 coetanei etiopi", mentre "1/5 della popolazione mondiale dispone di 4/5 delle risorse".

Da qui il vero pericolo segnalato, oltre alle guerre ed al terrorismo quali conseguenze indirette del "fallimento" dei programmi Onu per i Millennium Developments Goals fissati nel 2000: "se quel fiume di persone bisognose di tutto - avverte - sulla spinta della disperazione, dovesse trovare soltanto i muri e le recinzioni di filo spinato anziché organiche e lungimiranti politiche dell'accoglienza, potrebbe trasformarsi presto o tardi in qualcosa che somiglia ad un esercito disposto ad esigere con la forza ciò che gli è stato negato alle implorazioni di aiuto".

Questo per l'"esclusione" nel titolo, e la "vergogna"? A rispondere è Luciano Manicardi, della comunità monastica di Bose. Il suo "sottile e brutale meccanismo", scrive, "fa spesso sì che chi, di fronte a poveri, mendicanti e rifugiati, dovrebbe vergognarsi per la loro umanità offesa e conculcata (...) si sottragga alla vergogna trasferendola sulle vittime".

Autori degli altri saggi Stefano Allievi (sui temi sempre aperti di quando i migranti eravamo noi e sull'islam italiano), Emiliana Baldoni, Gianpiero Dalla Zuanna, Mirko Sossai, Carlo De Chiara, Giovanni Palombarini. Gianpaolo Scarante e Renato Rizzo.

(di Luciana Borsatti)

domenica 23 aprile 2017

Etiopia, Cei e Sant’Egidio al lavoro per il primo corridoio umanitario dall’Africa

InTerris
Secondo l'Unhcr, l’Etiopia oggi è il Paese che accoglie il maggior numero di rifugiati africani
La Caritas Italiana e la Comunità di Sant’Egidio, in questi giorni, è al lavoro ad Addis Abeba, per aprire il primo corridoio umanitario dall’Africa, secondo il protocollo siglato a Roma il 12 gennaio 2017. 


Il Protocollo di intesa con lo Stato italiano, promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana, che agisce proprio attraverso la Caritas Italiana e la Fondazione Migrantes, e dalla Comunità di Sant’Egidio, è finanziato con fondi della Cei provenienti dall’8×1000 e prevede il trasferimento dai campi etiopici di 500 profughi Eritrei, Somali e Sud sudanesi in due anni. Una missione congiunta per dare un futuro a quanti fuggono dalla propria casa a causa delle guerre, carestie e terrorismo che imperversa in Africa.
La generosità dell’Italia

L’Agenzia Fides riporta un comunicato della Conferenza Episcopale Italiana, secondo il quale il Vice-Ministro degli Esteri etiope, la signora Hirut Zemene, incontrando la delegazione italiana, ha sottolineato la generosità di questa “operazione umanitaria rivolta alle persone più vulnerabili”, ponendo l’accento sull’impegno dell’Italia e della sua “società civile verso i migranti”, in questo periodo particolarmente complesso. Grande soddisfazione è stata espressa poi dal Vescovo del luogo, il Metropolita di Addis Abeba e Presidente della Conferenza Episcopale di Etiopia ed Eritrea, Sua Eminenza il cardinal Berhaneyesus Souraphiel. Anche Caritas Etiopia si è detta contenta degli sforzi che la Cei, tramite la Caritas, sta compiendo per portare in salvo i migranti africani.
La situazione in Etiopia
Le agenzie delle Nazioni Unite che monitorano i flussi dei rifugiati, hanno offerto piena collaborazione, come l'”Arra”, l’agenzia di Stato che si occupa degli oltre 850.000 profughi presenti in Etiopia. La missione proseguirà nei prossimi giorni con una prima ricognizione nei campi in Tigrai, al confine con l’Eritrea, facilitata dalla Ong “Gandhi Charity”. Secondo l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr), l’Etiopia oggi è il Paese che accoglie il maggior numero di rifugiati in Africa, più di 670.000 persone: un afflusso di dimensioni tanto ampie è stato determinato da una pluralità di motivi, da ultimo la guerra civile in Sud Sudan scoppiata nel dicembre 2013.
Il Protocollo d’Intesa
Il 12 gennaio del 2017 è stato firmato al Viminale il Protocollo di intesa per l’apertura di nuovi corridoi umanitari che permetteranno l’arrivo in Italia di profughi provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente. A siglare il “protocollo tecnico” quattro soggetti: la Conferenza episcopale italiana (che agirà attraverso la Caritas Italiana e la Fondazione Migrantes), e la Comunità di Sant’Egidio con il suo presidente, Marco Impagliazzo; presenti anche il sottosegretario all’Interno, Domenico Manzione, e il direttore delle Politiche migratorie della Farnesina, Cristina Ravaglia, per lo Stato italiano. “Troppo spesso ci troviamo a piangere le vittime dei naufragi in mare, senza avere il coraggio poi di provare a cambiare le cose: questo Protocollo consentirà un ingresso legale e sicuro a donne, uomini e bambini che vivono da anni nei campi profughi etiopi in condizioni di grande precarietà materiale ed esistenziale”, ha dichiarato mons. Galantino: “La Chiesa italiana si impegna nella realizzazione del progetto facendosene interamente carico, senza quindi alcun onere per lo Stato italiano; attraverso le diocesi accompagnerà un adeguato processo di integrazione ed inclusione nella società italiana”.

Yemen: rapporto rilancia, Riad entri in lista nera diritti infanzia

AnsaMed
Save the Children e Watchlist, 1.546 minori uccisi in due anni
Oltre 14,8 milioni di persone - di cui 8,1 milioni di bambini - senza accesso alle cure di base; oltre 160 strutture mediche (compresi gli ospedali pediatrici) distrutte o fuori uso; 1.546 bambini uccisi e 2.450 mutilati. 



Sono soltanto alcuni dei dati raccolti da Save the Children e le Ong di Watchlist on Children and Armed Conflict sugli effetti degli ultimi due anni di guerra in Yemen,e contenuti in un rapporto presentato oggi nella sede dell'Onu a New York. Una situazione in cui tutte le parti del conflitto che oppone il presidente Abd Rabbo Mansur Hadi ed i ribelli sciiti Houthi, ma in primis la coalizione a guida saudita che sostiene il primo, vengono chiamate in causa. Una situazione ''che peggiora di giorno in giorno'', sottolineano le ong che hanno stilato il rapporto, chiedendo alle Nazioni Unite di reinserire proprio la coalizione araba guidata dall'Arabia Saudita nella lista nera dei Paesi che violano i diritti dell'infanzia.

Accuse nuovamente respinte al mittente dall'Arabia Saudita che sostiene - si legge nel rapporto, cui ha contribuito anche con lavoro sul campo la giornalista italiana Laura Silvia Battaglia - che la propaganda dei ribelli Houthi (sostenuti dall'Iran, ndr) starebbe esagerando, gonfiando i dati relativi al numero di persone rimaste uccise.

A oggi, rende noto il rapporto rilevando che le violenze sono perpetrate contro la popolazione da tutte le parti in causa, soltanto il 45% delle strutture ospedaliere del Paese è ancora in funzione.

Se dall'inizio del conflitto la metà delle strutture sono state distrutte, quelle ancora in piedi mancano di medicinali e materiali, dei quali è impossibile fare rifornimento dopo il blocco marittimo 'de facto' del porto di Hodeidah. A inizio 2017, riferisce infatti Save the Children, è stato impedito anche l'approdo delle navi che avrebbero dovuto consegnare i medicinali raccolti dalla ong e destinati a curare i bambini colpiti da diarrea, morbillo, malaria e malnutrizione. Secondo gli ultimi dati disponibili, ricorda la ricerca, lo Yemen attraversa la più grave emergenza alimentare, con 17 milioni di persone colpite da insicurezza alimentare. Secondo l'Unicef, inoltre, ogni 10 minuti un bambino yemenita muore per cause legate alla guerra in atto nel Paese.

Già nel 2016 le Nazioni Unite avevano inserito l'Arabia Saudita nella lista nera di chi compie violazioni contro i diritti dei minori, ripensandoci però solo una settimana dopo.

L'ex segretario generale, Ban Ki-moon, ricorda lo studio, aveva fatto sapere che Riad aveva minacciato di tagliare le risorse destinate ai fondi per i programmi umanitari.

Gli Usa da parte loro starebbero in questi giorni considerando la possibilità di aumentare il sostegno alla coalizione a guida saudita, cui già forniscono sostegno di intelligenze e nel rifornimento aereo, per spingere gli Houthi ai negoziati.

http://watchlist.org/about/report/yemen/


(di Cristiana Missori)

sabato 22 aprile 2017

Papa. «I campi per i rifugiati non siano campi di concentramento»

Avverire
Fra ncesco ha pregato per i "martiri del nostro  tempo nella basilica di San Bartolomeo all'Isola Tiberina. "Anche oggi tanti i cristiani perseguitati"


Nella foto: Il Papa depone nella cappella dedicata ai martiri de Medio Oriente la colomba  con l'ala spezzata proveniente dall'iconostasi della Cattedrale di Aleppo distrutta.

"La Chiesa è Chiesa se è Chiesa di martiri". Sono le parole del Papa che ha presieduto la Liturgia della Parola nella basilica di San Bartolomeo all'Isola Tiberina, consacrata al culto dei "martiri" del XX e XXI secolo. Il quale ha anche chiesto che aiuto per i profughi. 

"I campi di rifugiati, tanti, sono campi di concentramento per la folla di gente lasciata lì e i popoli generosi che li accolgono debbono portare avanti da soli questo peso, e gli accordi internazionali sembrano più importanti dei diritti umani". Significative da questo punto di vista, anche le parole pronunciate a braccio sulla porta della Basilica, prima di anadare via: "Pensiamo alla crudeltà che oggi si accanisce su tanta gente. Lo sfruttamento di tanta gente. La gente che arriva sui barconi, ma che non resta nei Paesi generosi come l'Italia e la Grecia che li accolgono. Se in Italia si accogliessero due migranti per municipio, ci sarebbe posto per tutti. Che questa generosità da Sicilia, da Lesbo e dal Sud contagi anche il Nord. Noi siamo una civiltà che non fa figli ma anche chiudiamo la porta ai migranti. Questo si chiama suicidio".
In un giorno significativo (esattamente quattro anni fa venivano rapiti i vescovi ortodossi di Aleppo Boulos Yazigi e Gregorios Ibrahim, dei quali non si hanno più notizie, come del resto del gesuita italiano, padre Paolo Dall'Oglio) e a pochi giorni dal suo viaggio in Egitto, Francesco ha sottolineato che "Tutti costoro sono il sangue vivo della Chiesa. Sono i testimoni che portano avanti la Chiesa; quelli che attestano che Gesù è risorto, che Gesù è vivo, e lo attestano con la coerenza di vita e con la forza dello Spirito Santo che hanno ricevuto in dono. Ricordare questi testimoni della fede e pregare in questo luogo è un grande dono".

"Siamo venuti pellegrini in questa Basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina - ha sottolineato dunque -, dove la storia antica del martirio si unisce alla memoria dei nuovi martiri, dei tanti cristiani uccisi dalle folli ideologie del secolo scorso, e uccisi solo perché discepoli di Gesù". "L’eredità viva dei martiri - ha proseguito il Papa - dona oggi a noi pace e unità. Essi ci insegnano che, con la forza dell’amore, con la mitezza, si può lottare contro la prepotenza, la violenza, la guerra e si può realizzare con pazienza la pace. E allora possiamo così pregare: O Signore, rendici degni testimoni del Vangelo e del tuo amore; effondi la tua misericordia sull’umanità; rinnova la tua Chiesa, proteggi i cristiani perseguitati, concedi presto la pace al mondo intero".

Scandalo in Bielorussia: bambini negli orfanotrofi sull’orlo della fame

Globalist
Adolescenti di 20 anni che pesano 15 chili, bambini gravemente sottopeso. I direttori delle strutture: hanno carenze fisiologiche

Ritornano gli scandali negli orfanotrofi. Siamo in Bielorussia dove almeno 100 bambini e adolescenti sono stati trovati in condizioni di fame e grave malnutrizione in alcuni orfanotrofi del paese, tra cui nella capitale Minsk. Proprio come nello scandalo degli orfani in Romania degli anni 90 l’incubo è tornato in Bielorussia e ha scatenato un’onda di sdegno nel paese, oltre che un’ inchiesta.

Tutto è iniziato quando una pediatra che operava presso uno degli istituti coinvolti ha invitato un giornalista a un evento di football di raccolta fondi per la causa della nutrizione dei bambini orfani, in particolare per quelli sottopeso. Così le foto di bambini e ragazzi di un orfanotrofio di Minsk, pubblicati sulla rivista Imena, letteralmente pelle e ossa hanno scioccato i cittadini bielorussi. Una ragazza di 20 anni pesava 11 chili e mezzo.


Da qui l’inchiesta. Procuratori e medici hanno rilevato bambini gravemente malnutriti, sull’orlo della fame da anni. Alcuni adolescenti pesavano non più di 15 chili. Gli investigatori hanno cercato di approfondire le cause che possono aver portato a una simile condizione di salute. L’accusa ha affermato che ci sono stati gravi negligenze da parte dei dirigenti delle strutture e molti direttori sono stati licenziati.

Da parte loro gli orfanotrofi implicati nella vicenda hanno replicato che le fragilità fisiche di molti bambini ospiti degli istituti erano causate da problemi fisiologici con cui erano nati.

“questi bambini non hanno mai camminato, sono sempre allettati, non hanno muscoli”, ha dichiarato la direttrice del Cherven orphanage, Ella Borisova. “le loro gambe sono come stuzzicadenti ricoperte di pelle”.

Ma queste risposte non eludono il fatto che i bambini semplicemente non venissero nutriti in modo sano e normale. Spesso perché mancano i soldi. Alexy Momotov, un pediatra delle strutture ha anche cercato di raccogliere fondi attraverso appelli su facebook, organizzando eventi. Ma la sensibilità non è stata forte.

Non si ferma la violenza in Venezuela: 12 morti nelle proteste contro il presidente Maduro

RaiNews24
Scontri e saccheggi a Caracas, accuse incrociate fra governo e opposizione
La spirale della violenza continua a imperversare in Venezuela, dove almeno 12 persone sono morte durante la notte scorsa in una serie di scontri e saccheggi in diversi punti di Caracas, al termine di una nuova giornata di mobilitazione di piazza convocata dall'opposizione contro il governo di Nicolas Maduro. 


Undici persone hanno perso la vita in una zona commerciale di El Valle, nel sud della capitale: otto sono morte fulminate - riportano i media locali - mentre cercavano di saccheggiare un forno, le altre tre sono state uccise da spari di arma da fuoco. Le circostanze in cui sono avvenuti i saccheggi non sono ancora chiare. 

Il deputato chavista Freddy Bernal, ha detto che "dirigenti dell'opposizione, alleati con bande criminali, hanno saccheggiato negozi a El Valle", ma l'opposizione ha respinto l'accusa. "Vogliamo smentire in modo assoluto le accuse infondate del governo, che prima arma e lancia per le strade la sua gente e ora ci viene a dire che non sono loro i responsabili della violenza", ha detto il presidente del Parlamento, in mano all'opposizione, Julio Borges. 

 Dall'inizio della nuova ondata di proteste anti-Maduro, il governo ha cercato di dimostrare che molte delle vittime della violenza sono stati uccise dall'opposizione, ma tranne in un caso - un sottoufficiale della Guardia Nazionale rimasto vittima, mercoledì scorso, apparentemente di un franco tiratore - finora non hanno presentato prove convincenti.