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lunedì 16 gennaio 2017

Migranti: Unicef, in Italia 25mila bimbi soli, doppio del 2015. Preoccupante fenomeno in aumento.

Ansa
Roma - Nel 2016, circa 25.800 minorenni non accompagnati o separati hanno raggiunto l'Italia via mare - più del doppio rispetto ai 12.360 del 2015. Lo riferisce l'Unicef in una nota, precisando che questi bambini rappresentano un allarmante 91% di tutti i 28.200 minorenni che hanno raggiunto l'Italia nel 2016 come rifugiati o migranti.


"Questi dati indicano una preoccupante crescita del numero di bambini estremamente vulnerabili che rischiano le loro vite per arrivare in Europa", ha dichiarato Lucio Melandri, Unicef Senior Emergency Manager. "I sistemi attuali non sono sufficienti per proteggere questi bambini che si ritrovano da soli in un ambiente assolutamente sconosciuto. Sono bambini in fuga ed è necessaria una risposta coordinata a livello europeo per tenerli al sicuro". La maggior parte di questi minorenni non accompagnati o separati, arrivati lo scorso anno, provengono da 4 Paesi: Eritrea, Egitto, Gambia e Nigeria. Mentre la maggior parte di loro erano maschi tra i 15 e i 17 anni, tra i nuovi arrivi ci sono minorenni più piccoli e ragazze. Queste ultime in particolare sono esposte a rischio di sfruttamento sessuale e abuso, compresa la prostituzione ad opera di reti criminali.
La rotta del Mediterraneo centrale dal nord Africa all'Italia è unica per la proporzione incredibilmente alta di minorenni non accompagnati o separati tra i rifugiati e i migranti, mentre solo il 17% dei bambini rifugiati e migranti arrivati in Grecia via mare nel 2016 risultavano non accompagnati o da un familiare adulto o da qualcuno che se ne prendeva cura. "La presenza di un numero così alto di bambini non accompagnati o separati lungo la rotta del Mediterraneo centrale non ha precedenti - ha continuato Melandri -. E' chiaro che abbiamo un serio problema e che continuerà a crescere. Oltre ad affrontare i fattori che costringono i bambini ad intraprendere viaggi da soli, abbandonando le loro case, è necessario sviluppare un sistema organico di protezione e monitoraggio per proteggerli".

Ungheria. Orban: «Arresto per tutti i migranti» Custodia cautelare durante la pratica di richiesta asilo.

Avvenire 
L'annuncio del premier: ripristineremo la custodia cautelare durante la pratica di richiesta di asilo.

Non pago della barriera metallica installata per respingere i profughi, adesso il premier ungherese Viktor Orban costruisce un 'muro' anche tra il diritto magiaro e quello umanitario internazionale. L’Ungheria, infatti, ripristinerà la custodia cautelare per gli immigrati durante la pratica della richiesta di asilo. E poiché la totalità degli stranieri che bussano alle porte di Budapest sono richiedenti asilo, vuol dire mettere agli arresti tutti i profughi nel-l’attesa che venga esaminata la domanda di protezione umanitaria, venendo parificati a dei presunti criminali in attesa di processo. 


Lo ha annunciato lo stesso Orban alla radio pubblica Mr. Sotto le pressioni dell’Ue e dell’Onu, l’Ungheria aveva sospeso questa prassi nel 2013, ben prima dell’ondata di arrivi lungo la rotta balcanica. «La misura va contro le norme internazionali, precedentemente accettate anche dall’Ungheria. Lo sappiamo – ha ammesso Orban – ma lo faremo lo stesso», ha detto con tono sprezzante. Una mossa politica che vede i profughi in ostaggio delle mire del capo di governo magiaro. L’arresto sistematico è «apertamente contro l’Ue», ha continuato Orban, ma «dobbiamo proteggere la nostra sovranità» dalla minaccia rappresentata dai migranti che secondo il premier sono collegati agli «attentati terroristici». 

Solo il giorno prima, in occasione del giuramento dei nuovi cadetti della guardia di frontiera, il premier aveva affermato che l’emergenza immigrazione non diminuirà e l’Ungheria non può affidarsi a una soluzione qualunque da parte dell’Ue. Secondo Orban i migranti rappresentano «un rischio » per la cultura e la sicurezza degli ungheresi e una minaccia sul fronte del terrorismo. Per questo motivo, ha spiegato, l’Ungheria deve sorvegliare anche più di prima i suoi confini.

«In Europa, viviamo il tempo dell’ingenuità e dell’incapacità: gli immigrati sono vittime dei trafficanti, ma anche dei politici europei, che incoraggiano la migrazione con la politica di accoglienza », ha detto. «Da noi, non ci saranno camion che investono chi festeggia», ha concluso alludendo alla strage di Berlino e a quella di Nizza. I tribunali magiari, però, hanno mostrato più volte di avere una differente concezione dello stato di diritto. Non di rado facendo alzare il bavero al piccolo zar di Budapest. 


Proprio ieri la corte di Szeged, città al confine con la Serbia, ha condannato a tre anni di libertà vigilata la videoreporter che nel 2015 prese a calci e fece lo sgambetto ad alcuni profughi, facendo rovinare a terra un uomo con in braccio il suo bambino di 7 anni, mentre tentavano di sottrarsi a una carica della polizia. Il filmato con le immagini che inchiodavano Petra Laszlo aveva fatto il giro del mondo suscitando profondo sdegno e unanime solidarietà nei confronti del siriano Osama Abdul Mohsen e di suo figlio Zaid. La cameraman non era presente in tribunale al momento della sentenza, ma si è fatta viva da una località sconosciuta cercando, in lacrime, di giustificarsi e difendersi, sostenendo di avere agito in quel modo perché in preda al panico durante la calca. Il governo però non demorde e sempre più spesso si ascoltano toni da vero regime. Szilard Nemeth, vicecapogruppo parlamentare del partito di maggioranza Fidesz, di cui Orban è il leader, ha lanciato un pesante avvertimento ad organizzazioni come Amnesty International e altre sigle impegnate nella promozione dei diritti umani. «È venuto il tempo di spazzare via le associazioni civiche che rappresentano il capitale globale, e il mondo del politically correct», ha detto Nemeth, annunciando che in futuro saranno sottoposte a uno stretto controllo.

sabato 14 gennaio 2017

Migranti morti di freddo sui confini chiusi dei Balcani. L'eliminazione invisibile: gelo, marce forzate nei boschi e deportazioni

Huffigton Post 
Migranti congelati o morti di gelo. Con la discesa brutale delle temperature e la chiusura della rotta balcanica la scorsa primavera, migliaia di migranti si ritrovano bloccati in Serbia, intere famiglie o minori non accompagnati, senza vestiti per il clima invernale. 7.000 profughi circa in Serbia secondo l’Unhcr, ma secondo stime delle organizzazioni locali circa 10.000, di cui 6.000 ospitati nelle strutture ufficiali e solo 3.140 adatti all’inverno; il resto dorme fuori in edifici abbandonnati di Belgrado o sui confini, alcuni persino nei boschi, a meno 20 di notte, e 30 cm di neve. I casi di ipotermia si sono drammaticamente moltiplicati, sette a Belgrado, trattati da MSF e Médecins du Monde a Belgrado, nelle sole ultime 24 ore, e quattro morti per assideramento nella sola prima settimana di gennaio sui confini bulgaro-turco e greco-macedone.



Il 6 gennaio, i cadaveri di due giovani iracheni di 28 e 35 anni, sono stati ritrovati dagli abitanti del paese di Izvor nella regione di Burgas, vicino al monte Strandzha, scelta dai migranti illegali perché unico punto dove la zona è senza recinti. 

Come annuncia la polizia di frontiera bulgara, da una autospia post mortem risulta che sono morti di assideramento. Solo quattro giorni prima, il 2 gennaio 2017, nella stessa zona, era stata ritrovata la prima vittima della Frontiera 2017 dei Balcani: il corpo di una donna somala, congelata vicino al paese di Ravadinovo. Stremata, secondo il racconto dei 31 compagni di viaggio afghani, pakistani, era stata abandonnata, perché troppo debole per proseguire. Due adolescenti dello stesso gruppo di età 14 e16 anni, sono stati portati in ospedale per inizio congelamento degli arti inferiori. Migranti con rotte, storie e sogni diversi, ma vittima della stessa morte: letteralmente di freddo. Solo i corpi ritrovati o segnalati dai sopravissuti, sono la prova della morte di gelo per migranti in transito tra monti e boschi dei Balcani. Tanti passati nella regione sud-est della Bulgaria vicino il confine turco, raccontano di aver visto cadaveri nelle foreste.

Dal 6 ottobre scorso, quel confine bulgaro-turco è pattugliato dalla nuova agenzia di controllo della frontiera Schengen, tanto voluta da Juncker, l’ European Border and Coast Guard Agency, una specie di Frontex rafforzata ( che può contare su un budget di 2016 su un budget di 238 milioni di euro); mentre Bruxelles ha già stanziato 108 milioni di euro a Sofia per costruire nuove barriere anti-migranti, oltre a quella già realizzata alla frontiera con la Turchia, e l’acquisto di 50 veicoli per la sorveglianza dei confini. Ma come notano i coordinatori dell’ong Bordermonitoring Bulgaria che monitora i diritti dei rifugiati nel paese, quelle guardie europee non sono né capace né attrezzate per impedire quei casi letali, e solo accessi legali potrebbero evitare quelle morti di frontiere.

Andrea Contenta, esperto di affari umanitari di Médecins Sans Frontières, a riguardo dei sette casi di congelamento a Belgrado nelle ultime 24 ore, aggiunge “vi assicuro che è molto più grave di quanto sembra. Il congelamento fa sì che il sangue non raggiunga le estremità del corpo, addormenta i nervi e nei casi più gravi può essere trattato solo con l’amputazione perché i tessuti muoiono. Sono certo che il numero di casi aumenterà significativamente entro la fine della settimana”. E aggiunge “l’inverno è un fenomeno naturale che non possiamo controllare. Il vero problema è la mancanza di volontà politica per cercare di soddisfare le esigenze immediate di queste persone vulnerabili. È un fallimento dell’Unione Europea, che ha chiuso gli occhi davanti al fatto lampante che le proprie politiche mal pianificate non hanno fermato il flusso di persone, ma non hanno nemmeno predisposto alternative legali per permettere loro di viaggiare in modo sicuro”.

Racconti da Seconda guerra mondiale, di marce forzate nel gelo, di morte per esaurimento e freddo. Eliminazione. Non Siberia 1917, non Germania 1945: Europa 2017. Il 3 gennaio scorso, su un altro confine a Nord della Grecia, nella cittadina frontaliera di Didymoteicho, un ventenne afghano è deceduto dopo aver attraversato il fiume Evros. Le autorità vicino al confine turco, hanno tra l’altro segnalato un aumento di migranti che tentano la traversata (disperata) nella regione dell’Evros, la rotta balcanica infatti non essendo “chiusa”.

Il 26 dicembre dell’anno scorso, nel silenzio dei media, un giovane irachene raccontava di essere stato costretto dai trafficanti a abandonnare la propria sorella mentre passavano il confine bulgaro, perché stremata stentava a camminare. Communicate le coordinate alle autorità serbe, non si è potuto salvarla, era troppo tardi. A novembre scorso, un ragazzo afghano diciottene era stato già ritrovato morto dal lato bulgaro, nel villagio di Kosovo, sito a un kilometro dal confine serbo; una provincia, quella di Vidin, non nuova a questi “incidenti”: già nell’inverno 2014, quattro rifugiati erano morti di gelo nei pressi di Kireevo e a settembre 2016, cinque profughi, tra cui 4 bimbi, sono annegati nel Danubio; in questo caso probabilmente un tentativo di passare il confine andato male.

Ma anche le deportazioni illegali, in aumento da mesi sulla rotta balcanica, come denuncia Unhcr, possono aver esiti mortali. L’ipotermia fu evitata a due donne curdo-siriane e un bimbo di due anni il 17 dicembre scorso, in una deportazione illegale da Belgrade sul confine bulgaro, grazie ai soccorsi mandati in tempo, da un’attivista di Info-Park (un associazione locale che offre assistenza ai rifugiati nel cuore di Belgrado). Il gruppo di 7 richiedenti asilo era stato assegnato un posto nel campo di accoglienza di Bosiljgrad, a centro-sud della Serbia. Saliti a bordo del bus che li trasferiva, le cosiddette joint forces, li hanno fatto scendere dal bus e abandonnati nei monti sul confine serbo-bulgaro a temperature di 11 gradi sotto zero. Ipotermia evitata in una questione di ore. Quanti altri casi e quanti sono i profughi morti negli ultimi anni sui confini balcanici? “Nel caso della famiglia curdo-siriana, abbiamo le prove che si tratti di una deportazione illegale, specifica, e che se nessuno avesse reagito in tempo, sarebbero morti di ipotermia in quache ore; Ma non sappiamo se in queste colline e boschi confinanti con la Bulgaria o la Macedonia, altri migranti sono scomparsi, e quanti”, mi risponde Miodrag, attivista di Info-Park. Il numero esatto di morti sui confini dell’Europa, tra paesi balcanici, non si saprà probabilmente mail. Non esiste alcuna statistica ufficiale esaustiva su questi morti sui confini, solo rapporti dell’Unhcr, di ong locali, o dalle polizie di frontiere di ritrovamento dei corpi, o dai diretti sopravvisuti svelano l’orrore invisibile vissuto dagli migranti intrappolati, in transito o respinti tra confini chiusi.
Non solo le basse temperature, ma l’indifferenza dell’Europa, rischia di diventare letale questi giorni.


Flore Murard-Yovanovitch

venerdì 13 gennaio 2017

Emergenza freddo: Elemosineria vaticana, aperta la chiesa di San Calisto in Trastevere per dare riparo notturno

SIR
La Comunità di Sant’Egidio, a motivo dell’emergenza freddo di questi giorni, da sabato 7 gennaio scorso ha aperto la chiesa di San Calisto in Trastevere per dare riparo notturno alle persone di strada che non hanno altro rifugio, sino a quando permarranno le basse temperature. 




Lo rende noto l’Elemosineria vaticana. La chiesa e i locali sono in zona extraterritoriale, proprietà della Santa Sede. La chiesa è un luogo di culto antico, edificato intorno al pozzo dove fu martirizzato Papa Calisto I, nel 222. L’attuale edificio è del XVII secolo. È una Rettoria connessa alla Parrocchia di Santa Maria in Trastevere e affidata alla Comunità di Sant’Egidio, che vi svolge attività di culto e di catechesi, particolarmente per gli anziani e le persone con disabilità.



Sono circa trenta le persone, fra italiani e stranieri che normalmente vivono per strada, attualmente ospitati per la notte nella chiesa e nei locali attigui, opportunamente riscaldati e provvisti di letti e coperte e servizi igienici. Gli ospiti possono cenare dalle ore 19 in poi, presso la vicina mensa di Via Dandolo, e quindi accedere alla chiesa di San Calisto tra le 20 alle 22. 

La mattina lasciano l’edificio intorno alle ore 8. L’accoglienza è garantita dai volontari della Comunità di Sant’Egidio che sono presenti durante tutto l’orario di apertura e, a turno, anche la notte. Ogni ospite viene preso in carico dai volontari e accompagnato nella ricerca di soluzioni alle sue necessità materiali e di salute. Nei giorni successivi alla prima accoglienza si cercano, laddove è possibile, situazioni di accoglienza più stabili.

Roma - Niente pietra d’inciampo per Alberto Di Segni, ignorato dal pres. del Municipio

L'informale
Non ci sarà una pietra di inciampo dedicata ad Alberto Di Segni. Figlio di Samuele Di Segni e Perla Sciunnach, nato a Viterbo il 28 maggio 1913, era stato arrestato a Roma e deportato nel campo di sterminio di Sachsenhausen, da dove non è mai tornato, essendo stato ucciso dai nazisti il 1 gennaio 1945. Il presidente grillino dell'VIII Municipio non ha neanche aperto la lettera che annunciava l'evento per una cerimonia con l'ideatore del progetto 
Gunter Demnig, che se ne torna in Germania senza posare la pietra.


Il nome di Alberto Di Segni però non sarà, per ora, su una di quelle lastre d’ottone con il nome del deportato, l’anno e la data di nascita, il luogo di deportazione e la data di morte: le “pietre d’inciampo”, o Stolpersteine, posate davanti alle abitazioni dei deportati per ricordare gli orrori della Shoah, nate da un’idea del tedesco Gunter Demnig.

Come da tradizione, è l’artista in persona a posare le Stolpersteine per commemorare i deportati nei campi di sterminio nazisti. Gunter Demnig quindi effettua periodici viaggi, anche in Italia, proprio con questo scopo, avvisando le autorità dell’arrivo al fine di essere ricevuto.
In via del Porto Fluviale 35 nel quartiere Garbatella, alle ore 12, però, non c’era nessuno a ricevere l’artista tedesco. Le autorità dell’ottavo municipio non si sono presentate all’appuntamento. O meglio, non hanno neppure aperto la lettera ricevuta, con l’avviso dell’arrivo di Demnig.
A spiegarlo è stato il presidente dell’Ottavo Municipio, il grillino Paolo Pace in persona, che candidamente si è giustificato con Gunter Demnig e i curatori di Arte e Memoria con un semplice: “La vostra lettera? È qui, ma non l’abbiamo neanche aperta. Capita, con tutto quello che abbiamo da fare…”.

In effetti, la predisposizione di una cerimonia per la posa di una pietra d’inciampo in ricordo di un deportato non rientra tra le priorità di un presidente di Municipio, che evidentemente ritiene di aver “altre cose da fare”.
Che ne sarà quindi della pietra d’inciampo dedicata ad Alberto Di Segni?
Paolo Pace ha promesso che “ce ne occuperemo nei prossimo giorni”, peccato ci sia un problema: Gunter Demnig è rimasto a Roma 48 ore, il tempo di posare altre 24 pietre di inciampo e poi ripartire. Per altri impegni, sicuramente più importanti di quelli della presidenza dell’ottavo municipio romano: l’artista tedesco ha infatti già posato 60.000 pietre d’inciampo in tutta Europa.
Per quella dedicata ad Alberto Di Segni bisognerà aspettare, a causa della “distrazione”, in realtà vera e propria sciatteria e mancanza di rispetto, della presidenza dell’ottavo Municipio.

Migranti: Unhcr, inaccettabili le cifre dei ricollocati. Responsabilità dei paesi UE non può essere legata alla posizione geografica

ANSAmed
Bruxelles - "Le cifre sui ricollocamenti sono troppo basse, davvero inaccettabili". Così Vincent Cochetel, a capo dell'ufficio europeo dell'Unhcr in un'audizione alla commissione Libertà civili (Libe) del Parlamento europeo.


"Far funzionare il ricollocamento su ampia scala non è il solo aspetto della solidarietà - afferma - ma ne è una componente fondamentale". E parlando del regolamento di Dublino avverte: "l'aspetto geografico da solo non può essere ciò che determina il Paese responsabile. Purtroppo è ancora così".

Cochetel ha illustrato alcune proposte dell'Unhcr per riformare il sistema di asilo europeo, spiegando che "in alcuni casi la Commissione non ha preso in sufficiente considerazione ciò che è successo e ciò che invece non è stato fatto negli ultimi due anni" per le sue proposte.

L'Unhcr chiede "un sistema comune di registrazione", per garantire che tutti i migranti in arrivo in Europa "siano registrati nello stesso sistema e che i loro dati siano completi e condivisi in modo rapido". Il sistema di registrazione europeo taglierebbe i tempi, accelerando protezione e rimpatri, permettendo risparmi, migliorando gli screening sulla sicurezza.

Cochetel propone anche di affrontare "l'aumento dei flussi misti", con procedure accelerate già al confine Ue, "con salvaguardie adeguate per dare in modo rapido protezione a chi ne ha bisogno e rimpatriare chi non ne necessita".

Dall'agenzia Onu arriva anche un "appello urgente" all'Ue per i minori non accompagnati: si "raccomanda che i Paesi membri adottino criteri comuni" ad esempio, "per la valutazione dell'età e la rapida nomina di un tutore". Si chiedono inoltre maggiori investimenti per l'integrazione.

Nuovi corridoi umanitari: protocollo CEI - Sant'Egidio per 500 eritrei, somali, sud-sudanesi

SIR
È stato firmato oggi al Viminale il Protocollo di intesa per l’apertura di nuovi corridoi umanitari che permetteranno l’arrivo in Italia, nei prossimi mesi, di 500 profughi eritrei, somali e sud-sudanesi, fuggiti dai loro Paesi per i conflitti in corso. 

Rifugiati somali nei campi profughi in Etiopia
A siglare il “protocollo tecnico” quattro soggetti: la Conferenza episcopale italiana (che agirà attraverso la Caritas Italiana e la Fondazione Migrantes) con il segretario generale, monsignor Nunzio Galantino, e la Comunità di Sant’Egidio con il suo presidente, Marco Impagliazzo, come promotori; il sottosegretario all’Interno, Domenico Manzione, e il direttore delle Politiche migratorie della Farnesina, Cristina Ravaglia, per lo Stato italiano. 

“Troppo spesso ci troviamo a piangere le vittime dei naufragi in mare, senza avere il coraggio poi di provare a cambiare le cose: questo Protocollo consentirà un ingresso legale e sicuro a donne, uomini e bambini che vivono da anni nei campi profughi etiopi in condizioni di grande precarietà materiale ed esistenziale”, dichiara mons. Galantino, che aggiunge: “La Chiesa italiana si impegna nella realizzazione del progetto facendosene interamente carico – grazie ai fondi 8 per mille – senza quindi alcun onere per lo Stato italiano; attraverso le diocesi accompagnerà un adeguato processo di integrazione ed inclusione nella società italiana”.

Il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, commenta: “Questo accordo per nuovi corridoi umanitari, che siamo felici di realizzare con la Cei, risponde al desiderio di molti italiani di salvare vite umane dai viaggi della disperazione. Si tratta di un progetto che offre a chi fugge dalle guerre non solo la dovuta accoglienza ma anche un programma di integrazione. L’Europa, tentata dai muri come scorciatoia per risolvere i suoi problemi e troppe volte assente, guardi a questo modello di sinergia tra Stato e società civile replicabile anche in altri Paesi”

Secondo l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr), l’Etiopia oggi è il Paese che accoglie il maggior numero di rifugiati in Africa, più di 670.000 persone: un afflusso di dimensioni tanto ampie è stato determinato da una pluralità di motivi, da ultimo la guerra civile in Sud Sudan scoppiata nel dicembre 2013.