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giovedì 21 settembre 2017

Sant'Egidio: Aiutiamo i profughi rohingya rifugiati in Bangladesh

www.santegidio.org
La Comunità di Sant'Egidio avvia una campagna di raccolta fondi per inviare aiuti nei campi profughi del Bangladesh in collaborazione con la Chiesa locale.


L'esodo drammatico della minoranza rohingya dalla Birmania sta provocando una vera catastrofe umanitaria. Nelle ultime settimane circa 410 mila profughi si sono riversati nei campi profughi del Bangladesh, appena oltre il confine con la regione birmana del Rakhine, da dove provengono i rohingya.

La Chiesa cattolica del Bangladesh sta cercando di aiutare come è poossibile ma la situazione è davvero drammatica ed è necessario un coinvolgimento di tutti per inviare aiuti alimentari e generi di prima necessità.

Abbiamo aperto una sottoscrizione per rispondere immediatamente all'emergenza. Il sito comunicherà gli aggiornamenti dell'implementazione del progetto.

Cresce nel mondo il numero dei Paesi che perseguitano gli attivisti per i diritti umani

Globalist
Il rapporto del Consiglio dei diritti dell'Uomo dell'Onu rivela che 29 Paesi sono colpevoli di pressioni, minacce e violenze. Tra essi anche nove
componenti lo stesso organismo.


Cresce il numero dei Paesi in cui i diritti dei militanti per i diritti umani sono oggetto di repressione e violenza. Secondo l'ultimo rapporto del Consiglio dei diritti dell'Uomo delle Nazioni Unite, questi Paesi sono ormai 29 e nove di essi fanno parte di questo organismo dell'Onu. Si tratta di Burundi, Egitto, Ruanda, Cuba, Venezuela, Cina, India, Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.

"Questa è una cosa grottesca e totalmente in contrasto con la Carta e allo spirito delle Nazioni Unite, in particolare del Consiglio, che le persone siano punite, sottoposte a intimidazioni o sanzionate per cooperare con il Consiglio dei diritti umani ", ha dichiarato Andrew Gilmour, sottosegretario generale del Consiglio dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite.


Nel rapporto sono state prese in esame le situazioni di Algeria, Bahrain, Birmania, Eritrea, Honduras, Iran, Israele, Mauritania, Messico, Marocco, Oman, Pakistan, Sri Lanka, Repubblica del Sud Sudan, Sudan, Tagikistan, Tailandia, Turchia, Turkmenistan e Uzbekistan.

Nel rapporto, però, alcune vicende non sono state volutamente approfondite, per proteggere la vittima.

Uno dei casi citati riguarda una attivista del Bahrain, Ebtesam Abdoulhusain Alsaegh Ali, che ha testimoniato davanti al Consiglio sulle violazioni dei diritti umani nel suo Paese e, una volta rientrata nel regno del Golfo, è stata arrestata, picchiata e violentata. 

Altre vittime hanno perso i loro posti di lavoro, hanno avuto perquisiti case o uffici, hanno ricevuto il divieto di lasciare il Paese o hanno avuto la loro attività economica congelata.
Alcuni dei Paesi messi sotto accusa nel rapporto hanno giustificato le loro attività repressive con l'allarme terrorismo o per difendersi da attività di spionaggio. 

Andrew Gilmour, a conclusione della sua esposizione, ha voluito fare un paragone: "bisogna guardare a questi individui (gli attivisti, ndr) come quei canarini che cantano con coraggio nelle miniere di carbone, prima di essere messi a tacere dalla repressione tossica contro la popolazione, i diritti e la dignità, e come un avvertimento lanciato a tutti. "

Ilo: 40 milioni di nuovi schiavi nel mondo, 152 milioni di minori da 5 a 17 anni lavorano

Blog Diritti Umani - Human Rights
Quaranta milioni di persone sono intrappolate in forme di schiavitu' moderna e 152 milioni di bambini tra i 5 e 17 anni sono vittime di lavoro minorile nel mondo




Quaranta milioni di persone sono intrappolate in forme di schiavitu’ moderna e 152 milioni di bambini tra i 5 e 17 anni sono vittime di lavoro minorile nel mondo, afferma uno studio reso noto oggi dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) Dei 40 milioni di persone costrette a forme di schiavitu’ moderna nel 2016, circa 25 milioni sono vittime di lavoro forzato e 15 milioni di matrimoni forzati, precisa un comunicato.

Lo studio, realizzato dall’Ilo in collaborazione con la Fondazione Walk Free e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), evidenzia che donne e ragazze sono le prime vittime delle forme di schiavitu’ moderna: sono infatti quasi 29 milioni (71% del totale) e rappresentano il 99% delle vittime del lavoro forzato nell’industria del sesso e l’84% delle persone vittima di un matrimonio forzato.

Piu’ di un terzo di tutte le vittime di matrimonio forzato erano minori – quasi tutte bambine – al momento del matrimonio. Il lavoro minorile rimane concentrato soprattutto nell’agricoltura (70,9 % del totale), seguono i servizi (17,1 %) e l’industria (11,9 %). 

Per il Direttore Generale dell’Ilo Guy Ryder e’ necessaria un’intensificazione degli sforzi “per combattere questi drammi” e “queste nuove stime globali possono contribuire a elaborare e sviluppare interventi per prevenire sia il lavoro forzato che il lavoro minorile “, ha aggiunto. Andrew Forrest AO, presidente della Fondazione Walk Free, ha denunciato “la tolleranza sconvolgente che permette che questo sfruttamento continui”.

mercoledì 20 settembre 2017

Arabia Saudita - Riyadh arresta Abdulaziz al-Shubaily e Issa al-Hamid attivisti per i diritti umani

Asia News
Erano in attesa di appello per precedenti condanne. Ong accusano: cercano di schiacciare il movimento per diritti umani. Dall’inizio del mese, le autorità hanno fermato 30 figure religiose e intellettuali.


Riyadh - La polizia saudita ha arrestato due attivisti per i diritti umani. Si tratta di Abdulaziz al-Shubaily e Issa al-Hamid, membri fondatori dell’Associazione saudita per i diritti civili e politici (Acpra). A denunciare il fermo è l’Ong Amnesty International (Ai), che accusa il regno saudita di voler “schiacciare il movimento per i diritti umani nel Paese”.

Entrambi gli attivisti erano in attesa di appello per precedenti condanne. All’inizio del 2017, Shubaily era stato condannato a otto anni di prigione per “minaccia all’ordine pubblico”. A quanto riporta Ai, fra i reati di cui è accusato vi è quello di aver fornito informazioni a organizzazioni straniere, utilizzate in rapporti sulle violazioni dei diritti umani in Arabia Saudita.

Hamid era stato processato l’aprile dello scorso anno dalla Corte speciale penale (Scc), una corte segreta anti-terrorismo, secondo Ai spesso utilizzata per condannare a lunghi periodi di reclusione i difensori dei diritti umani e altri dissidenti pacifici . La lunga lista di accuse include “incitamento alla violazione dell’ordine pubblico” e “insulto alla magistratura”, e riguarda dichiarazioni e articoli pubblicati dall’attivista su diversi argomenti, fra cui il diritto a manifestare e le violazioni dei diritti umani perpetrate dal ministero degli interni.

Al presente, Riyadh non ha ancora rilasciato commenti né confermato gli arresti.

La direttrice delle campagne di Ai per il Medio Oriente, Samah Hadid, ha dichiarato: “È momento buio per la libertà di espressione in Arabia Saudita… questi due arresti confermano il nostro timore che la nuova leadership guidata da Mohammed bin Salman sia determinata a schiacciare il movimento per i diritti umani nel Regno”.

Acpra, fondata nel 2009, è stata costretta a chiudere nel 2013. Dopo quella data, tutti gli 11 fondatori sono stati imprigionati.

Dall’inizio del mese, le autorità saudite hanno arrestato circa 30 religiosi, intellettuali e studiosi, più di 20 dei quali fermati la scorsa settimana. Gli arresti hanno attirato le critiche anche dell’Ong Human Rights Watch, secondo cui l’atteggiamento saudita è una “coordinata repressione del dissenso”.

Siria: Save the Children, “730mila bambini rifugiati non andranno a scuola. Più esposti a matrimoni precoci e a lavoro minorile”

SIR
“Circa 730mila bambini siriani rifugiati nei Paesi limitrofi, quasi la metà di tutti coloro in età scolare, quest’anno non andranno a scuola e risulteranno quindi ancora più vulnerabili ed esposti ai matrimoni precoci e a forme di lavoro minorile, un numero che è aumentato di un terzo rispetto all’anno scorso”. 


È l’allarme lanciato oggi da Save the Children, alla vigilia dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che si apre domani a New York e nella settimana in cui, nei Paesi mediorientali, è previsto il normale rientro degli alunni tra i banchi di scuola. 

“Il numero di bambini rifugiati siriani tagliati fuori dall’educazione – si legge in una nota – è passato dal 34% del totale di coloro in età scolare registrato alla fine del 2016 al 43% odierno, mentre negli ultimi 12 mesi i bambini rifugiati siriani in Libano, Giordania e Turchia hanno perso più di 133 milioni di giorni di scuola”. 

Secondo l’organizzazione umanitaria, a livello globale “più della metà dei bambini rifugiati sono tagliati fuori dall’educazione e i giorni di scuola persi da 3,5 milioni di bambini rifugiati negli ultimi 12 mesi ammontano collettivamente a quasi 700 milioni”.

“Quando i bambini non vanno a scuola, sono più vulnerabili a forme di sfruttamento e abusi”, sottolinea Helle Thorning-Schmidt, direttore generale di Save the Children international, per la quale “l’educazione è in grado di restituire a questi bambini il loro futuro e può contribuire a proteggerli”. 

Lo scorso anno – denuncia Thorning-Schmidt – “i leader mondiali si sono impegnati a fare molto di più per i bambini rifugiati e far sì che ognuno di loro possa tornare a scuola entro pochi mesi da quando è stato costretto ad abbandonare la propria casa. Tuttavia l’azione va ancora troppo a rilento”. 

“Questa settimana – prosegue – la comunità internazionale deve fare dei passi in avanti e dare seguito alle promesse fatte ai bambini rifugiati. Altrimenti, milioni di bambini rifugiati nel mondo, davanti alla prospettiva di un altro anno privati dell’educazione, continueranno a vedere scomparire il loro futuro”.

Mar Nero, situazione assurda per 12 migranti bloccati sul traghetto danese

Redattore Sociale
Dodici uomini, algerini e marocchini, volevano andare dalla Turchia alla Romania. Ma per errore si sono diretti verso l’Ucraina, su un traghetto passeggeri. Ora, sono prigionieri nella nave, a largo delle coste turche, perché sia Ankara che Kiev rifiutano di accoglierli.

Il Seaways di Kaunas, gestito dalla ditta DFDS danese,
naviga sul Bosforo sulla sua strada verso il Mar Nero. Fotografia: Yoruk Isik / Reuters
Dodici migranti, provenienti dall'Africa settentrionale (Algeria e Marocco) da un mese e mezzo sono bloccati su un traghetto passeggeri danese, tra le coste della Turchia e quelle dell’Ucraina. Entrambi i paesi, infatti, rifiutano di accoglierli. A raccontare l’assurda storia è il Guardian.

Secondo le ricostruzioni, gli uomini volevano arrivare in Romania, imbarcandosi dalla Turchia. Ma hanno sbagliato traghetto, e si sono diretti verso l’Ucraina. Dopo il rifiuto del paese ad accettarli sono rimasti prigionieri all’interno del traghetto, bloccati all’interno di quattro cabine. Secondo la Dfds, la ditta danese proprietaria della nave Seaways, infatti, “ci sono stati episodi di violenza e aggressione” e non ci sarebbe alternativa a tenerli chiusi dentro. La Dfds ha assunto anche alcune guardie turche, e ha invitato le autorità delle Nazioni Unite a bordo per verificare la nazionalità degli uomini, di cui almeno sei sono considerati marocchini e quattro algerini.

Per la società danese la soluzione migliore sarebbe che l'Ucraina o la Turchia accettassero di prendere i migranti, identificarli ed eventualmente rimandarli indietro, se irregolari. "Non siamo noi a dover gestire tutto questo", sottolinea un portavoce di Dfds. "Se ne devono occupare le autorità di frontiera, non una compagnia di trasporti". Nel frattempo il ministero degli Esteri danese ha aperto negoziati con Ankara, Kiev e, siccome il traghetto sta navigando sotto la bandiera lituana, anche con Vilnius, per tentare di trovare una soluzione. (ec)

martedì 19 settembre 2017

'A cry for Mindanao': l'appello della delegazione filippina a Roma a riaprire il processo di pace

www.santegidio.org
Il giorno seguente la chiusura del Meeting Internazionale di Münster-Osnabrück sono iniziati a Roma i Colloqui informali di pace per Mindanao, tra i leaders cristiani e musulmani, provenienti dall'isola del sud delle Filippine, invitati dalla Comunità di Sant'Egidio. 


I rappresentanti religiosi, riuniti presso la sede della Comunità a Trastevere, hanno partecipato dal 13 al 15 settembre ad un dialogo intenso e fruttuoso, affrontando con speranza la critica situazione della loro regione e della martoriata città di Marawi. 

Dal dibattito animato da una volontà di concreta collaborazione è nato un Appello di Pace che è stato firmato a Sant'Egidio il 15 settembre scorso. Una nuova "Strada di Pace" nello spirito di Assisi è stata aperta a Mindanao.

La notizia della liberazione di padre Teresito Sobanob, rapito lo scorso maggio dai gruppi estremisti della guerriglia, per il quale la Comunità aveva pregato la sera del 14 settembre a Santa Maria in Trastevere, insieme al card. 

Quevedo, al vescovo di Marawi, mons. Edwin de la Pena e all'intera delegazione filippina, è stata un segno di speranza e di incoraggiamento, quadi un primo frutto dell'appello e della preghiera di tanti.