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mercoledì 29 marzo 2017

Nuovi muri: Pakistan costruisce una recinzione al confine con l’Afghanistan

The Submarine
Il confine tra i due paesi è teatro di scontri e rivendicazioni da quasi un secolo. Ma fortificarlo danneggerà più i rifugiati e le persone comuni che i terroristi talebani.


I muri di confine vanno di moda — per essere un governo al passo con i tempi è indispensabile dotarsene. Dal Rio Grande all’Ungheria, passando per la Cisgiordania, sotto forma di muri veri e propri o semplici recinzioni militarizzate, il muro è diventato un tema simbolico forte del 2017.

Il nuovo arrivato nella famiglia correrà lungo un confine poco raccontato ma altamente conflittuale: quello tra Pakistan e Afghanistan. Il governo di Islamabad, infatti, ha annunciato la costruzione di una recinzione presidiata, con l’obiettivo dichiarato di ostacolare i movimenti dei guerriglieri talebani nella regione.

Imposto dalle autorità coloniali britanniche, il confine tra i due paesi (noto come Durand Line) è lungo quasi 2500 chilometri, perlopiù montuoso e storicamente non riconosciuto dall’Afghanistan — sin da prima che il Pakistan esistesse. Teatro di scontri dalla fine degli anni Quaranta, sfruttata da Pakistan e Stati Uniti per l’infiltrazione dei mujahideen oltre confine in funzione anti-sovietica, contestata tanto dai Talebani quanto dal governo di Hamid Karzai, la linea Durand è tuttora un caso geopolitico irrisolto.

Gli scontri armati tra militari afghani (o guerriglieri talebani) e pakistani al confine sono frequenti. Difficilmente presidiabile, il confine è riconosciuto come uno dei più pericolosi al mondo ed è ampiamente sfruttato anche per il contrabbando di qualsiasi cosa.

Una prima recinzione lungo la Durand Line, nell’area del Belochistan, è stata già completata nel 2016, dopo almeno tre anni di lavori, e si estende per oltre mille chilometri. A febbraio scorso, dopo una serie di attentati suicidi che hanno causato più di cento morti nel giro di una settimana, che ha causato almeno 90 morti e centinaia di feriti, il governo pakistano ha deciso di bloccare del tutto il confine, chiudendo i due principali punti di passaggio di Torkham e Chaman. Il confine è stato riaperto pochi giorni fa, il 20 marzo, per ragioni umanitarie.

La Durand Line non è attraversata infatti soltanto da terroristi e contrabbandieri, ma anche e soprattutto da centinaia di migliaia di rifugiati afghani — che spesso in Pakistan vanno incontro a persecuzioni e discriminazioni — oltre ad essere fondamentale per la circolazione di generi alimentari, beni di consumo e lavoratori da una parte all’altra del confine — che, è bene ricordare, taglia artificialmente a metà un territorio abitato da popolazioni pashtun.

La scelta di completare la fortificazione del confine rappresenta un nuovo atto di forza di Islamabad — che però, com’è prevedibile, finirà per danneggiare più i rifugiati e le persone comuni che vivono lungo il confine, che i guerriglieri talebani. Un portavoce del Ministero dell’Interno afghano ha detto ad Associated Press che le autorità del paese non hanno ancora visto nessun segno dell’inizio dei lavori di costruzione, ma che il governo si muoverà per prevenirlo. È difficile, insomma, immaginare come la scelta di fortificare il confine possa contribuire a pacificare una regione martoriata da quasi un secolo di conflitti.

Quasi contemporaneamente, la febbre dei muri ha contagiato anche la vicina India: il Ministro dell’Interno di Nuova Delhi, Rajnath Singh, ha annunciato sabato che il governo si muoverà per sigillare i confini con il Pakistan e il Bangladesh entro il 2018.

Alganesh, l’angelo dei migranti che oggi ha un albero nel Giardino dei Giusti a Tunisi

Corriere.it
Lavorava per un’azienda straniera in Sudan, fu toccata dalla condizione dei bambini profughi d’Eritrea: «Non potevo stare a guardare senza fare nulla. Lasciai il mio lavoro, le mie sicurezze. Da allora, vivo per aiutare queste persone». Dal 2002 si occupa di migranti, soltanto negli ultimi 3 anni nel ha salvati 5.800 da centri-lager libici e galere egiziane



Tunisi — «Cominciò tutto un giorno che stavo in Sudan. Lavoravo per un’azienda internazionale. Era il 2002. Vidi quei bambini. Un gruppo di fratellini dell’Eritrea del Sud. Da soli. Cercavano l’elemosina. M’avvicinai e chiesi chi fossero. Il più grande mi disse che la guerra aveva bombardato la loro casa, la loro famiglia. Non avevano più nessuno. Erano in Sudan da tanto, nessuno se ne occupava. “Io sono il maggiore e faccio da padre e da madre. Chiedo io l’elemosina. Loro, i miei fratellini, devono studiare…”. Eritrei. Come me. Mi domandai: ma a che cos’è ridotto il mio popolo? Non potevo stare a guardare senza far nulla. Lasciai il mio lavoro, le mie sicurezze. Da allora, vivo per aiutare queste persone».


Un passato da medico ayurvedico
Sarà anche vero che fa più rumore un albero che cade d’una foresta che cresce. Ma gli alberi che di questi tempi si piantano a Tunisi, nel Giardino dei Giusti dell’ambasciata italiana, fanno rumore ancor prima di crescere. L’ultimo è in onore dell’italo-eritrea Alganesh Fessaha, 62 anni (nella foto in alto, è la donna con la maglietta nera tra i bambini profughi), una figlia, un passato nella medicina ayurvedica e tutto il tempo che le resta dedicato a salvare i migranti. Cinquemilaottocento persone, solo negli ultimi tre anni: Alganesh è andata a prenderle dove non va nessuno, nei centri-lager della Libia o nelle impossibili carceri egiziane, le ha riscattate, liberate, portate al sicuro dell’unico Paese africano – l’Etiopia – disposto a dare accoglienza a quelli che non accoglie mai nessuno. 



I «figli di nessuno» in fuga da guerra e lavori forzati
Eritrei disertori, sudanesi in fuga, nigeriani sbandati, somali abbandonati, maliani e ciadiani figli di nessuno. Chi scappa scampa alla guerra obbligatoria e ai lavori forzati. Chi s’avventura a piedi nel Sinai e finisce ostaggio dei trafficanti d’uomini. Chi deve vendersi una cornea, se vuole rivedere casa. Chi semplicemente non ha più soldi e fa lo schiavo e telefona alla famiglia piangendo perché qualcuno paghi per la sua libertà. Alganesh non dice come, ma riesce a salvarli. A migliaia: «Nel Sinai devi pagare un riscatto a chi tiene prigioniera questa gente. Io non lo faccio, però: ho altri modi per farmeli consegnare. Nelle carceri egiziane, al Cairo, ad Assuan o ad Alessandria, è diverso: li processano per direttissima e li condannano a restare o a essere deportati. Nessuno però può pagare per andarsene: a quel punto, intervengo io, pago il biglietto aereo, li mando in Etiopia. Ad Addis Abeba hanno accettato di sostenere questo mio corridoio umanitario: nei campi profughi dell’Onu, ospitano 800 mila eritrei, somali, sudanesi. Danno loro asilo. Li tolgono da morte sicura».

L’omaggio dell’albero nell’ambasciata italiana
Oggi, Alganesh è appena sbarcata a Tunisi dal Cairo. Il tempo d’essere salutata nel giardino della rappresentanza italiana. Di ricevere il ringraziamento dell’ambasciatore Raimondo De Cardona e del presidente dell’associazione Gariwo, Gabriele Nissim. Di guardare l’albero che viene piantato nell’unico Giardino dei Giusti fiorito in un Paese arabo, di fianco ai tronchi già dedicati ad altri nomi dell’Islam pacifico: la guida Mohamed Naceur ben Abdesslem che salvò i turisti al Bardo e l’archeologo Khaled al-Asaad che fu ucciso dall’Isis a Palmira; il bengalese Faraaz Hussein che aiutò gl’italiani nell’attentato di Dacca e l’ambulante Mohamed Bouazizi che si diede fuoco e accese le Primavere arabe; l’imprenditore tunisino Khaled Abdul Wahab che protesse molte famiglie d’ebrei ai tempi del nazismo…

I Giusti che lottano contro populisti e islamofobi
«Il mondo deve sapere che i Giusti non sono solo quelli della Shoah o del genocidio armeno – spiega Nissim -. Ci sono anche quelli capaci d’assumersi la responsabilità di salvare il mondo in contesti arabi e musulmani. La lotta ai populismi e agli islamofobi, a chi vuol far credere che nel dna di questa parte di mondo ci siano solo terrorismo e fondamentalismo, si fa con gli esempi positivi. Passiamo i giorni a parlare di come combattere l’Isis e a garantire la nostra sicurezza, ma nessuno si preoccupa del vuoto culturale che ci minaccia». (sotto, nella foto Ansa, l’attivista eritrea Alganesh Fessaha nel campo profughi di Mai Aini, in Etiopia)

Una sfida contro le erbacce dell’intolleranza
«Pianteremo un Giardino dei Giusti anche in Giordania», annuncia Nissim. Una bella sfida a chi, sulle radici sane, lascerebbe crescere solo le erbacce dell’intolleranza: «L’Islam – dice Alganesh - è una parola che contiene la radice di Salaam, pace. Io sono cristiana, ma conosco molto bene il Corano». Sì, è cristiana. «Ma non è che questo conti molto». Anche perché è stato grazie alla collaborazione di un musulmano - uno sceicco salafita che all’inizio non voleva nemmeno parlare con un’ «impura» – se oggi Alganesh gestisce l’ong Gandhi e da Milano scarcera tanta gente. «Più che una collaborazione – scherza lei -, con lo sceicco è stata una lotta. Oggi Awwad Mohamed Ali Hassan mi chiama “mamma” e con me scherza sempre. Mi protegge dalle minacce come fossi sua sorella. Ma all’inizio è stato difficilissimo. Lo sceicco è un musulmano rigido. Gli era vietato salutarmi, guardarmi, parlarmi. Se doveva dirmi una cosa, usava suo fratello».

Lo sceicco che predica: «Non maltrattate i fratelli africani»
E com’è finita a cercare proprio lui? «Nel 2005, sono in Egitto per portare in Etiopia un po’ di eritrei prigionieri. Mi dicono che nel Sinai, vicino al confine di Gaza, c’è questo sceicco che il venerdì parla alla gente. Uno che dice: “Non dovete maltrattare o uccidere i fratelli africani”. Uno che fa sermoni coraggiosi: laggiù, i migranti che salgono dal Corno d’Africa non valgono nulla, sono tenuti come bestie, per fare soldi con le famiglie costrette a pagarne il riscatto». Chi si ribella a quest’economia locale, rischia: secondo il Parlamento europeo, solo nel Sinai, in cinque anni sono morte fino a 30mila persone. Chi è dunque questo salafita che osa parlare contro le mafie beduine, i ladri d’organi, i contrabbandieri di bambini e prostitute?

Il Corano proibisce di speculare sulle persone
«Chiedo d’incontrarlo», racconta la dottoressa Alganesh: «La prima volta, mi manda il fratello a domandarmi che cosa voglio. Quando gli spiegano che intendo collaborare con lui, mi fa rispondere che non se ne parla nemmeno: una donna, che per di più parla in quell’arabo strano… “E’ troppo pericoloso”. Per un po’, insisto. Alla fine, quando sto per arrendermi e per tornare al Cairo, manda il fratello da me: “va bene, puoi fermarti a dormire a casa di mia madre e di mia moglie”. All’inizio, ho paura d’essere diventata anch’io un ostaggio. Invece la mattina dopo, compare per dirmi che il Corano proibisce la violenza sulle persone e il guadagno sulla loro vita…».

«Hanno provato a ucciderci, a bruciarci le auto...»
L’eritrea e lo sceicco s’intendono subito, salvano 750 disperati. E com’era prevedibile, finiscono per dare più fastidio che scandalo: «In tanti anni, han provato di tutto: a ucciderci, a bruciarci le auto, a minacciarci…». Nel Sinai, da due anni non si va più. Il rischio è altissimo. Ma i salvagente nel deserto, Alganesh riesce a lanciarli ugualmente. Lei vive a Milano da quarant’anni ed è una cittadina italiana, ma l’angoscia è per il suo Paese natale perseguitato, impoverito, ucciso: «L’Eritrea non interessa a nessuno. E’ in una posizione strategica, non ha Islam estremista che bussi alle porte, c’è un dittatore che garantisce il controllo del Mar Rosso. Perché bisognerebbe parlarne? Una volta, me l’ha detto anche un sottosegretario italiano: l’Eritrea dobbiamo tenercela buona così com’è…».


Francesco Battistini

Denuncia Amnesty: centinaia di civili uccisi dai raid aerei a Mosul

TPI
In un bombardamento della coalizione a guida statunitense sarebbero stati uccisi oltre 150 persone nella parte occidentale della città, ma il premier iracheno nega
L'organizzazione afferma che in un solo bombardamento sono state ucciso “fino a 150 persone” nel quartiere di al-Jadida, nell'ovest della città.


Secondo le Nazioni Unite dall'inizio dell'offensiva a Mosul ovest, a metà febbraio, sono stati uccisi 307 civili e altri 273 sono rimasti feriti.


L'alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zeid Ra'ad al-Hussein, ha chiesto alle forze irachene, martedì 28 marzo, di “evitare di cadere nella trappola” del sedicente Stato Islamico, che impiega i civili come scudi e si chiude nelle loro case per scappare dai soldati della coalizione.

Le autorità irachene e americane hanno aperto un'inchiesta sugli ultimi episodi, ma il primo ministro di Baghdad Haidar al-Abadi ha affermato che si tratta di “disinformazione”.

Gli ispettori statunitensi sono arrivati martedì 28 marzo a Mosul per ulteriori indagini su quanto avvenuto e sull'uccisione dei civili iracheni durante i raid aerei della coalizione. La maggior parte delle morti sono state provocate dai bombardamenti sulla parte occidentale di Mosul, la più popolosa. Le forze governative irachene hanno fatto partire un'offensiva per strappare la città al sedicente Stato Islamico il 19 febbraio 2017.

I raid della coalizione a guida statunitense hanno distrutto case con all'interno intere famiglie e l'alto numero delle vittime civili suggerisce che le forze della coalizione hanno mancato di prendere adeguate precauzioni per prevenire le morti dei civili, in violazione della legge umanitaria internazionale”, ha affermato Donatella Rovera, consigliera per la risposta alle crisi di Amnesty International che ha condotto l'inchiesta sul campo.

Il 23 marzo la televisione curdo-irachena Rudaw aveva dato notizia di un bombardamento nel quale almeno 200 persone sono state uccise nella zona ovest di Mosul nel quartiere di al-Jadida. In riferimento a questa notizia, il premier iracheno Abadi ha affermato che i risultati preliminari di un'inchiesta aperta dal governo di Baghdad “differiscono da quanto è stato finora diffuso”. Abadi ha denunciato quelli che ha definito “i tentativi di disinformazione”.

Il 25 marzo gli Stati Uniti hanno detto di aver avviato delle indagini sul raid aereo che avrebbe ucciso centinaia di civili a Mosul ovest.

Gli Stati Uniti hanno annunciato lunedì 27 marzo che circa 240 soldati verranno inviati in Iraq per supportare le operazioni per la riconquista di Mosul ovest dallo Stato Islamico.

martedì 28 marzo 2017

Trump minaccia le città ospitali con i migranti di tagliare i fondi federali

Il Tirreno
New York. Donald Trump dichiara guerra alle 'citta santuario', le grandi metropoli come New York e Los Angeles che accolgono e proteggono gli immigrati illegali e i rifugiati: o collaborano con gli agenti federali e seguono le indicazioni dell'amministrazione, o perderanno i fondi federali", è il monito lanciato dal ministro della giustizia Jeff Sessions, che minaccia anche di recuperare le somme già versate.

Si tratta di miliardi di dollari a rischio, che potrebbero compromettere il funzionamento di molte aree metropolitane non solo nel settore dei servizi sociali. Il presidente americano, che ha fatto della stretta sull'immigrazione uno dei punti centrali della sua agenda, fin dalla campagna elettorale aveva messo nel mirino Stati e comunità locali che riconoscono la residenza agli immigrati irregolari, evitando loro il rimpatrio forzato nel Paese d'origine.

Con la residenza viene riconosciuto anche l'accesso ai servizi sanitari, sociali e all'istruzione per i minori. Fumo negli occhi per Trump, che in attesa del muro col Messico ha già ordinato un'ondata di raid che ha portato all'arresto e alla 'deportazione' (come viene chiamata in America) di un numero senza precedenti di irregolari. Un'azione che molte città come New York hanno deciso di ostacolare.

Il dipartimento per la giustizia - ha spiegato il 'superfalco' Sessions - si prepara dunque a "punire" i sindaci e i governatori contrari alla linea dura sull'immigrazione dell'amministrazione Trump. Sul piatto ci sono 4 miliardi di dollari per il 2017, ma nemmeno un centesimo arriverà a chi continua a sostenere i programmi nel mirino della Casa Bianca, che ancora una volta giustifica la sua posizione con motivi di sicurezza nazionale e di sicurezza pubblica.

"Tantissimi americani sarebbero ancora vivi se fosse stata posta fine alla politica delle città santuario", ha detto Sessions riferendosi alle vittime di alcuni episodi di criminalità. E citando città come Chicago e Atlanta tra gli esempi più negativi. In particolare - ha spiegato il ministro della giustizia - verranno sbaragliate tutte quelle norme che erano state introdotte dall'amministrazione Obama e che riconoscono alcuni programmi di aiuto agli immigrati nelle grandi metropoli.

"Queste politiche non possono continuare". Ma le città prese di mira sono già da tempo sul piede di guerra. Soprattutto New York, con Bill de Blasio che aspira a una leadership che magari lo lanci verso la candidatura alla Casa Bianca nel 2020.

Solo pochi giorni fa il sindaco di origine italiana ha denunciato come i tagli previsti nel bilancio presentato dalla Casa Bianca penalizzino la Grande Mela fino a ridurre anche i fondi per la sicurezza e la lotta al terrorismo "E' una legge di bilancio pericolosa, incosciente e sprezzante. verso i valori americani", gli aveva fatto eco il governatore dello stato di New York, Andrew Cuomo.

Migranti - Sindacato di polizia contro il sindaco di Ventimiglia: Nemmeno agli zoo vengono sanzionate le persone che danno da mangiare agli animali

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il sindacato di polizia Siap si è espresso duramente contro le scelte del sindaco Ioculano: “In questi giorni dei poliziotti colleghi– attacca Roberto Traverso, segretario provinciale del sindacato di polizia Siap di Genova – hanno dovuto ottemperare ad un’ordinanza che prevede il divieto di dare da mangiare ai migranti che si trovano nella città frontaliera. 

A prescindere dalle postume giustificazioni politiche, si tratta di una situazione a dir poco imbarazzante ed inaccettabile per la nostra categoria che, ancora una volta, viene gratuitamente esposta a causa della scelta di un sindaco che invece di cercare di stemperare gli animi sta alimentando una situazione d’intolleranza dovuta all’incapacità dell’Europa di gestire il delicatissimo fenomeno dei flussi migratori in pieno allarme terroristico. 

I poliziotti che, ai sensi dell’articolo 650 del codice penale, hanno denunciato a piede libero coloro che danno da mangiare ai migranti hanno dovuto applicare la legge, ma l’aspetto preoccupante di questa paradossale vicenda sta nella pericolosità delle ricadute delle scelte del sindaco sull’immagine della Polizia di Stato

Nemmeno agli zoo vengono sanzionate le persone che danno da mangiare agli animali ed è inaccettabile che lavoratrici e lavoratori, che adempiono alle funzioni di agenti e ufficiali di polizia giudiziaria, possano essere distolti da servizi molto delicati per attività mediatiche di di questo tipo”.

Fonte: Redattore Sociale

Yemen: Unicef, 1546 bimbi uccisi in conflitto, 2450 mutilati. Mezzo mln con malnutrizione grave, 1.572 reclutati nella guerra

ANSAmed
Quasi mezzo milione di bambini che soffre di malnutrizione acuta grave, 1.546 i bambini uccisi, 2.450 mutilati, 1.572 minorenni reclutati nei combattimenti, oltre due milioni di bambini che non frequentano le scuole. E' il bilancio del brutale conflitto in Yemen, secondo l'ultimo rapporto dell'Unicef.


Le famiglie in Yemen devono ricorrere sempre più a misure estreme per sostenere i loro bambini, sostiene l'Agenzia nel rapporto pubblicato oggi, quando la guerra nel Paese più povero del Medio Oriente entra nel suo terzo anno. Il numero di persone estremamente povere e vulnerabili è altissimo: circa l'80% delle famiglie ha debiti e metà della popolazione vive con meno di due dollari al giorno.

I meccanismi di adattamento sono stati gravemente erosi dalla violenza, che ha trasformato lo Yemen in una delle più grandi emergenze al mondo per quanto concerne la sicurezza alimentare e la malnutrizione. Le famiglie mangiano molto meno, scelgono cibo meno nutriente o saltano i pasti. Quasi mezzo milione di bambini soffre di malnutrizione acuta grave - in aumento del 200% dal 2014 - e aumenta il rischio di carestia.

Visto che le risorse delle famiglie diminuiscono, sempre più bambini vengono reclutati dalle parti in guerra e spinti a matrimoni precoci. Oltre due terzi delle ragazze si sposano prima dei 18 anni (prima dello scoppio della crisi la percentuale era del 50%). E i bambini sono sempre più utilizzati dalle parti in conflitto come combattimenti.

Il sistema sanitario dello Yemen è sull'orlo del collasso: quasi 15 milioni di persone non hanno accesso alle cure sanitarie; un'epidemia di colera e diarrea acuta legata all'acqua nell'ottobre 2016 continua a diffondersi, con oltre 22.500 casi sospetti e 106 morti. 

Circa 1.600 scuole non possono più essere utilizzate, perché sono state distrutte, danneggiate, o perché ospitano famiglie sfollate o perché occupate dalle parti in conflitto; almeno 350.000 bambini non vanno a scuola a causa delle dirette conseguenze del conflitto; complessivamente oltre 2 milioni di bambini sono fuori dalla scuola.

lunedì 27 marzo 2017

Londra: catena umana delle donne musulmane per condannare l'orrendo attentato

Blog Diritti umani - Human Rigths
Centinaia di donne hanno formato una catena umana lungo Westminster Bridge, ieri sera, per ricordare le vittime dell'attentato del 22 marzo.

Quattro giorni dopo l'attacco che ha scosso Londra, le donne di diversa provenienza si sono riunite in solidarietà per condannare il crimine orribile e mostrare l'unità di fronte al terrore.

Molte delle presenti erano musulmane, vestite di blu come simbolo di speranza e di pace.

Ayesha Malik, una madre di 34 anni con due figli ha detto: "Come musulmana, penso che sia importante mostrare solidarietà con i principi che stanno a cuore a tutti noi, i principi di pluralismo, diversità ..."