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venerdì 17 novembre 2017

Vi ricordate la nave razzista C-Star? Missione fallita. Abbandonata in un porto con 8 marinai cingalesi alla fame

Globalist
L'imbarcazione che voleva salvare l'Europa dagli immigrati ha solo truffato i poveri lavoratori mai pagati. Ora è ferma in un porto catalano e sarà sequestrata.
Qualcuno ricorda la C- Star? Era la nave dell'estrema destra, in particolare della sedicente organizzazione europea "generazione identitaria" che aveva dato vita alla missione Defend Europe ossia difendi l'Europa, un'azione xenofoba e razzista che ha avuto come unico risultato quello di mettere a rischio la vita di centinaia di migranti rifugiati nel Mediterraneo, visto che il loro scopo era solo quello di bloccare o rendere più difficili i soccorsi delle varie Ong che operavano nell'area.

La maggior parte dell'equipaggio, soprattutto giovani neonazisti e fascisti erano poi sbarcati a Malta ed erano tornati a casa celebrando la loro vittoria perché - a loro dire- erano riusciti a infastidire le ong e addirittura a interferire con i segnali radio delle radio di soccorso. 

Azioni da veri e propri criminali, per dire come stanno le cose. Meno nota è l'altra faccia di questa sciagurata operazione di stampo neonazista: l'equipaggio che si occupava della nave, composto da 8 persone originarie dello Sri Lanka, si trova attualmente nel porto di Barcellona, abbandonato senza aver ricevuto i salari dovuti e sopravvivendo solo grazie agli aiuti di una organizzazione cattolica che si chiama Stella Maris Apostolado del Mar.

Dal canto suo il proprietario della nave che appartiene alla compagnia Maritime Global Service, con sede a Cardiffe, non ha dato più segnali di vita ma l'unica cosa che ha detto è che non può pagare l'equipaggio perché non ci sono soldi. Generazione identitaria si era rivolta all'armatore dopo aver raccolto centomila euro con cui finanziare la avventura xenofoba. E così dopo alcuni problemi burocratici la C-Star salpò da Gibuti battendo una bandiera mongola e dichiarando in pompa magna di voler bloccare la massiccia immigrazione "che sta cambiando il volto del nostro continente".

Per fortuna questa disgustosa sceneggiata fascista non è stata ben accolta: in molti porti è stato loro impedito di attraccare ed altri non è stato consentito loro nemmeno di fermarsi per rifornirsi di provviste. A metà settembre la nave chiese di attraccare nel porto catalano di Palamòs ottenendo un secco rifiuto da parte delle autorità sia perché la documentazione era traballante sia per motivi politici perché contraria alla concezione dei diritti umani della Catalogna. La conseguenza è stata che senza soldi, senza carburante, con il proprietario scomparso e senza cibo né acqua a pagare il prezzo di questa sciagurata missione razzista erano gli 8 sventurata marinai dello Sri Lanka rimasti a bordo senza poter scendere a Palamòs.

Solo a quel punto la Crocerossa è salita a bordo per portare cibo e medicine e hanno trovato queste persone in uno stato di stress fisico e psicologico. Solo in considerazione di questa emergenza umanitaria alla nave viene consentito l'accesso al porto di Barcellona, dove i marinai cingalesi sono stati presi in cura dall'organizzazione cattolica. Ora sono i buoni condizioni ma in attesa che l'armatore trovi i soldi per pagarli. Quanto alla C-Star, la sedicente gloriosa nave che doveva impedire l'invasione dei migranti in Europa verrà quasi sicuramente sequestrata e messa all'asta così con quei soldi si potranno pagare gli otto poveri lavoratori che non sono sono stati costretti contro la loro volontà a lavorare per un gruppo di neonazisti ma che sono stati pure derubati dei loro stipendi.

Una storia esemplare che mostra il vero volto dei neonazisti xenofobi che sono la vergogna dell'Europa e anche del resto del mondo.

USA - Nebraska - Pena di morte - Si rimette in moto la macchina della morte dopo 20 anni. Composizione iniezione letale mai sperimentata.

Blog Diritti umani - Human Rights
La pena capitale riprenderà nello stato centrale del Nebraska, dopo una pausa di 20 anni, con l'esecuzione di un condannato utilizzando una combinazione di "farmaci" mai sperimentata.
José Sandoval
I funzionari della prigione hanno informato il trentasettenne José Sandoval nel braccio della morte per un reato compiuto nel 2002 nel 2002 che sarà messo a morte utilizzando l'intenzione letale.

Gli oppositori della pena di morte hanno sollevato delle preoccupazioni sull'utilizzo di questo nuovo protocollo affermando che "Qualsiasi nuova combinazione di farmaci significa che l'esecuzione è una sorta di esperimento umano", ha detto l'AFP Robert Dunham, il Centro per l'informazione sulla pena di morte.

Se la sua esecuzione dovesse avvenire, sarebbe il primo prigioniero ad essere ucciso in Nebraska dal 1997, quando quello stato usava la sedia elettrica.
Come molti stati, il Nebraska ha faticato a trovare le sostanze necessarie per le iniezioni letali. I gruppi farmaceutici hanno effettivamente ceduto alla pressione dell'opinione pubblica cessando di fornire questi prodotti.

Le autorità non hanno rivelato come si sono procurate per questo nuovo protocollo, costituito da un sedativo - diazepam (Valium) -, un forte analgesico - fentanil citrato - un rilassante muscolo - cisatracurio - besilato e cloruro di potassio, che blocca il cuore.

Danielle Conrad, della filiale del Nebraska della potente American Civil Liberties Union (ACLU), ha denunciato un "cocktail per l'iniezione letale non testato e sperimentale". "Siamo inorriditi", ha detto in una dichiarazione.

La pena di morte è stata rimossa dai parlamentari del Nebraska nel 2015, ma è stata reintrodotta in un referendum popolare nel 2016.

Il numero di esecuzioni è diminuito negli Stati Uniti nell'ultimo decennio, con 23 esecuzioni dall'inizio dell'anno, secondo il Capital Punishment Information Center ad esempio erano 98 nel 1999 e 52 nel 2009.

ES

Fonte: AFP

giovedì 16 novembre 2017

Salerno, capitale della civiltà. Funerali solenni e lutto cittadino per le 26 migranti

Globalist
Venerdì la città si ferma. Saranno spente le Luci d'artista e nelle scuole si terrà un minuto di raccoglimento. Su ogni bara una rosa bianca. Le ragazze verranno sepolte in tutti i comuni limitrofi.

Venerdì 17 Salerno si trasforma nella capitale della civiltà, della tolleranza, della solidarietà. Alle 10 nel Cimitero Monumentale di Salerno i funerali delle ventisei giovani migranti recuperate dalla nave spagnola Cantabria attraccata in città lo scorso 5 novembre. 

Il rito funebre, alla quale è stata invitata la cittadinanza tutta a partecipare, si svolgerà nella piazza degli Uomini Illustri del cimitero monumentale della città e sarà completamente a spese dal Comune. 

In quell'occasione - come già annunciato nei giorni scorsi - il sindaco Vincenzo Napoli proclamerà lutto cittadino, "come segno doveroso di dolore e commiato nei confronti di queste giovanissime ragazze che hanno trovato la morte in una delle ennesime tragedie del mare. Faremo in modo che sia una celebrazione di semplicità assoluta, di eccezionale sobrietà ma, nei limiti del possibile, di grande solennità".
Verranno anche spente, simbolicamente per trenta minuti, le Luci d'Artista. Il sindaco Napoli questa mattina, una lettera ai dirigenti scolastici degli istituti del territorio chiedendo a docenti e alunni - all'interno delle proprie classi - un minuto di raccoglimento nel momento dell'inizio dei funerali, auspicando anche una riflessione sul fenomeno dell'immigrazione e sugli scenari politici e umanitari ad esso correlato. 

Le ventisei bare saranno disposte sull'ossario del cimitero, ognuna con una rosa bianca. Sul feretro delle due ragazze incinte (una aspettava un maschietto di cinque mesi e l'altra aveva un feto di un mese e mezzo) verranno deposti altri due fiori, per ricordare due vite atrocemente spezzate ancor prima di nascere.

Solo due delle ventisei giovani donne sono state riconosciute: si tratta di Marian Shaka e Osato Osaro, la prima riconosciuta dal marito e l'altra dal fratello, per le altre - almeno per il momento - rimane l'anonimato. 

Il riconoscimento di almeno di due di loro, ha permesso di appurare che una era di religione cristiana e l'altra musulmana. I funerali, dunque, saranno laici e interreligiosi. Dopo il rito funebre, nove delle salme verranno sepolte nel cimitero salernitano (tra queste anche Marian e Osato), le altre verranno così divise: nei cimiteri comunali di Comune di Petina, Sassano, Montesano sulla Marcellana, Battipaglia, Contursi Terme, Novi Velia, Polla, Atena Lucana, Montecorvino Rovella ne verrà sepolta una; i Comune di Pellezzano, Baronissi, Pontecagnano, Sala Consilina, invece, ne accoglieranno due.
Un grande segno. Un segno di umanità.

USA/Ohio - Pena di morte - 2 ore di tortura senza riuscire ad uccidere Alva Campbell, gravemente malato.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Washington - Lo stato americano dell'Ohio ha dovuto sospendere mercoledì il suo tentativo di giustiziare Alva Campbell, condannato di 69 anni gravemente malato, con gli ufficiali della prigione che non riescono a trovargli una vena per infondere la droga.
Alva Campbell
Le associazioni per la difesa dei diritti umani denunciano che, condannato a morte per un omicidio compiuto nel 1997, è stato sottoposto a una sessione di "tortura", legato al suo letto di esecuzione.

Per lunghi minuti, gli agenti hanno cercato di mettere un catetere venoso sul braccio o sulla gamba del prigioniero per amministrare l'iniezione letale, lo testimoniano i giornalisti locali che hanno assistito alla scena. Alla fine hanno rinunciato.

"I tentativi di una somministrazione endovenosa è fallito, una nuova data di esecuzione sarà fissata", ha confermato JoEllen Smith, portavoce del servizio carcerario di stato.

"Questo è un giorno che non dimenticherò mai", ha detto il detenuto, secondo il suo avvocato David Stebbins, citato dal quotidiano Dayton.

L'Unione americana per le libertà civili (ACLU) dell'Ohio ha denunciato in una dichiarazione la sessione di "quasi due ore di tortura" inflitta al detenuto, che era stato trasportato su una sedia a rotelle nella sala dell'esecuzione .

"Questa è la quinta esecuzione fallita nell'Ohio da qualche anno, e questa è la seconda volta che lo stato non riesce a portare a termine un'esecuzione e non è umano ", ha commentato Mike Brickner, leader dell'organizzazione per la difesa dei diritti e delle libertà.

ES

Fonte: AFP

mercoledì 15 novembre 2017

Algeria, nei campi dei rifugiati Saharawi è emergenza umanitaria

Roma Sette
La malnutrizione è salita intorno al 40%: il cibo è poco e l’accesso all’acqua limitato. Alti i tassi di mortalità infantile e materna. Il presidente della Mezzaluna rossa a Roma il 20 novembre.

Sempre più difficile la situazione per i rifugiati Saharawi in Algeria: una delle emergenze umanitarie che durano da più tempo, aggravata dalle inondazioni che hanno devastato il Paese nell’ottobre 2015. 

Al momento, nei campi che accolgono i rifugiati il cibo è poco, l’accesso all’acqua è limitato, così come quello ai servizi sanitari ed educativi; alti i tassi di mortalità infantile e materna; anemia e malnutrizione intorno al 40%. In più, il forte calo di finanziamenti negli ultimi tempi sta penalizzando l’offerta di una assistenza adeguata ai rifugiati Saharawi da parte di tutte le organizzazioni che operano nei campi. 

Tra queste anche il Cisp (Comitato internazionale per lo sviluppo dei popoli), ong italiana dal 1984 nei campi rifugiati Saharawi con progetti di cooperazione, aiuti umanitari e sostegno al rafforzamento dei servizi di base. Il risultato: migliaia di persone, tra cui molti bambini e adolescenti, che rischiano di non ricevere cure e sostegni dignitosi e adeguati.

Il presidente della Mezzaluna rossa Saharawi Buhubeini Yahya incontrerà il 20 novembre la stampa a Roma, per aggiornare sulla condizione di vita nei campi, in particolare sulla situazione dei bambini, da tempo al di sotto degli standard umanitari. La Mezzaluna Rossa Saharawi e il Cisp stanno svolgendo un programma di monitoraggio, realizzato da uno staff di una ventina di donne, per verificare la qualità e la quantità degli aiuti ricevuti e la garanzia del livello nutrizionale di base. All’incontro stampa saranno presenti anche il presidente del Cisp Paolo Dieci, la coordinatrice del programma Algeria e campi rifugiati Giulia Olmi, il rappresentante del Cisp nei campi Saharawi Lyes Kesri.

Guerre dimenticate - In Yemen la più grave epidemia di colera della storia recente

AGICaldo torrido, 45 gradi, poche cure, rimedi inefficaci, poca conoscenza e chiusura dei confini. Cosa succede in Yemen, e cosa possiamo fare.


Città di Abs, zona settentrionale dello Yemen. Fuori sono 45 gradi. Un caldo asfissiante. Sameera racconta agli operatori di Oxfam come vomito e diarrea abbiano ridotto suo marito in poche settimane in fin di vita. Le cure di base per la reidratazione che gli hanno somministrato in ospedale non funzionano, anzi peggiorano le cose. E lei che sta aspettando un bambino, inizia ad avere il terrore che suo figlio, non conoscerà mai suo padre.

È solo un piccolo spaccato del dramma che sta distruggendo centinaia di migliaia di famiglie, a causa della gravissima epidemia di colera che ha colpito il paese mediorientale. Ormai la peggiore della storia recente. Non ebola, ma colera. Una malattia perfettamente curabile, prevenibile, che da noi è stata sostanzialmente debellata da decenni, ma che qui è diventata un’Idra, a cui non si riesce a tagliar la testa. Ma andiamo per gradi.

Da fine aprile sono oltre 2.177 i nuovi casi sospetti, che hanno fatto salire il numero di persone contagiate - secondo l’OMS - a 862.000. Per intendersi, oltre 50.000 casi in più di quelli registrati ad Haiti in sette anni. Risultato, un’epidemia che oggi è il riflesso di una guerra silenziosa e dimenticata, che non colpisce più le infrastrutture, ma una popolazione stremata e malnutrita, in larga parte composta da donne e bambini, costretti a vivere sotto costante attacco.

Rendere consapevoli è la prima cura
Nel caos in cui è piombato il paese, la popolazione, in molti casi, non sa riconoscere i sintomi e quali siano le cure possibili per fronteggiare la malattia. Sensibilizzare le famiglie e indurle a cominciare il percorso di trattamenti diventa dunque importante quasi quanto la cura stessa. Nelle regioni più povere c’è anche chi, per cercare di rallentare l’infezione, fa ricorso ai rimedi naturali, totalmente inadeguati e impiegati, solitamente, per lenire semplici febbri, mal di stomaco, mal di testa. Dove non c’è informazione e presa di coscienza, in molti casi c’è morte certa.

Difficoltà di accesso alle cure
Come se non bastasse, dopo due anni e mezzo di guerra, la popolazione bloccata nel paese è costretta ogni giorno a fare i conti con il terrore di rimanere uccisa sotto le bombe in mezzo alla strada, anche solo per recarsi in un ospedale o in un mercato locale, dov’è possibile acquistare i sali reidratanti, per soccorrere un parente, un amico che ha contratto il colera. Nel frattempo però l’epidemia continua a colpire e se devi curarti, non ti resta in molti casi che indebitarti, perché non c’è più lavoro e la gravissima crisi salariale sta colpendo davvero tutti, inclusi tantissimi operatori nei centri di salute pubblica, ormai sempre più vicini al collasso.
Una situazione che non ha risparmiato nemmeno il marito di Sameera, costretta a rivolgersi ad una clinica privata per salvare la vita del marito, nonostante lei non riceva da mesi lo stipendio da insegnante e il marito sia senza un reddito da tempo.

Aiuti a singhiozzo e ora a complicare la situazione, la chiusura dei confini
Nonostante la catastrofe umanitaria in corso, resta difficilissimo fare entrare gli aiuti. In questa situazione, le organizzazioni umanitarie sul campo, come Oxfam, si adoperano come possono per fronteggiare l’emergenza: lavorando a stretto contatto con il Ministero della salute per identificare e formare gli operatori sanitari nelle comunità, distribuire compresse di cloro per la depurazione dell’acqua e testarne la qualità anche nei luoghi più remoti. Comunicando direttamente con la popolazione via WhatsApp. Già perché molte comunità - nelle zone colpite dal conflitto - continuano ad essere isolate; interi quartieri dove decine di migliaia di persone necessitano di aiuti immediati.

In più, a far precipitare ulteriormente la situazione è arrivata la chiusura temporanea di tutti i confini del paese compresi porti e aeroporti, ordinata dalla coalizione a guida saudita a seguito del missile lanciato dalle milizie Huthi verso l’aeroporto di Ryad, la scorsa settimana. Con l’effetto che a delle navi che trasportavano aiuti non è stato concesso l’approdo nel porto di Hodeida e a tre voli delle Nazioni Unite non è stato permesso l’atterraggio.

Una chiusura di cui ancora non è stata chiarita la durata e che di fatto mette a rischio la possibilità di garantire assistenza umanitaria alla popolazione. Il tutto mentre nel Paese il prezzo dell’acqua è raddoppiato, i tassi di cambio sono crollati e i prezzi del carburante sono aumentati del 60%. E oltre che per la guerra e per il colera, si rischia di morire per fame.

Da qui, l’appello congiunto alla comunità internazionale lanciato da Oxfam e 17 organizzazioni umanitarie, affinché il flusso di aiuti possa riprendere al più presto.

E all’Italia, la richiesta di Oxfam di mettere in atto tutte le iniziative diplomatiche possibili, perché la coalizione a guida saudita chiarisca immediatamente le misure adottate e garantisca che le consegne di aiuti allo Yemen e le operazioni umanitarie, non ne siano in alcun modo colpite.

Tramite la campagna #Savinglives, si può sostenere la nostra risposta per salvare quante più vite possibile.

Paolo Pezzati

Schiavismo del terzo millennio - Migranti venduti all'asta il Libia

Blog Diritti Umani - Human Rights
Soddisfazione dell'Italia sulla gestione migranti dalla Libia e tragica condizione di chi non riesce più a mettersi in salvo sulle nostre coste. Stupri, violenze, vendita di uomini donne, oltre l'ipocrisia di chi non vuole vedere. Che fare?

Ansa
Aste di esseri umani, come all'epoca della tratta degli schiavi: avvengono in Libia, secondo la Cnn, che in un reportage in esclusiva mostra un filmato in cui due ragazzi vengono venduti dai trafficanti (VIDEO). "800 dinari... 900, 1.100... venduto per 1.200 dinari (pari a 800 dollari)", recita la voce dell'uomo che mette all'asta un giovane, che dovrebbe essere un nigeriano, definito "un ragazzone forte, adatto al lavoro nei campi". Dopo aver ricevuto il filmato, la Cnn è andata a verificare, registrando in un video shock la vendita di una dozzina di persone in pochi minuti.

Grazie a telecamere nascoste, la Cnn ha ripreso una vendita a Tripoli, in cui si vende "uno scavatore, qui abbiamo uno scavatore, un omone forte, in grado di scavare", secondo quanto dice il 'venditore'. Dopo che l'agghiacciante transazione è conclusa, i giornalisti avvicinano due dei ragazzi 'venduti', che appaiono "traumatizzati.. intimoriti da qualsiasi persona". 

I filmati sono stati consegnati dalla Cnn alle autorità libiche, che hanno promesso un'indagine. Il tenente Naser Hazam, dell'agenzia governativa libica contro l'immigrazione illegale a Tripoli, ha dichiarato di non aver mai assistito ad una vendita di schiavi, ma di essere a conoscenza di gang criminali che gestiscono il traffico di esseri umani. Mohammed Abdiker, direttore delle operazioni d'emergenza dell'Oim, in una dichiarazione rilasciata lo scorso aprile dopo un viaggio in Libia, aveva definito la situazione "terribile... le notizie di 'mercati degli schiavi' si uniscono alla lunga lista di orrori". 

La troupe ha quindi parlato con Victory, un 21enne detenuto al Treeq Migrant Detention Center di Tripoli dove gli immigrati illegali vengono rinchiusi in attesa di espulsione: il ragazzo dice di essere stato venduto all'asta come schiavo "più volte", dopo che i suoi soldi - tutti usati per cercare di arrivare in Europa - erano finiti. "Pagai (ai trafficanti che lo tenevano in ostaggio affermando che doveva ripagare il debito verso di loro) più di un milione (oltre 2.700 dollari) - ha raccontato -. Mia madre è anche andata in un paio di villaggi a chiedere soldi in prestito per salvarmi la vita".